Fondamentali (2): la documentazione

Il mio collega Diego continua a ripetermi quanto gli insegnava una sua docente:

Il lavoro [di un ricercatore, ma vale per qualsiasi lavoro] deve consistere nel 20% di attività concreta e nell’80% di documentazione di quanto si è fatto.

Sorrido di fronte a questa sproporzione, ammettendone l’importanza e la verità.

Mi rendo conto ogni giorno di quanto è importante tenere traccia di ogni passo che viene fatto, ogni scelta o decisione presa, ogni mattoncino aggiunto. Perché capita sempre il momento in cui occorre ricostruire, ripercorrere il sentiero all’indietro per andare a trovare qualcosa che si è perso lungo la strada, o quando ci si trova a dover riassumere, magari per una pubblicazione, un lavoro durato anni.

Questo non è solo importante per chi verrà dopo di noi e deve continuare il nostro percorso, o utile quando si deve spiegare ad altri il proprio lavoro. Spesso sono io il primo a voler capire bene il funzionamento di un sistema o di un processo, e non disporre di un prontuario, di un abc, di un manuale mi disorienta – anche quando sono io l’autore del sistema o del processo. Quando non ricordiamo un dettaglio, e naufraghiamo nel disordine della scrivania, lamentandoci: i manuali, dove sono i manuali???

Questo, naturalmente, è ancora più vero quando ci si scontra con aziende di software commerciali che non documentano il proprio lavoro, distribuiscono manuali scadenti e non aggiornati, e perdono traccia dell’evoluzione dei loro stessi programmi. Mi è capitato molte volte, al telefono, di sentire i tecnici dell’assistenza vacillare, sprovveduti quanto me su un sistema gestito da loro. Mi veniva voglia di chiedere: ma non avete un elenco delle operazioni svolte, delle modifiche effettuate, dell’evoluzione delle funzionalità del vostro software? In una parola, non avete della stramaledettissima documentazione???

Quando è possibile, è buona abitudine farseli da sé i manuali.

Questo blog, alla fine, era nato con questo scopo.

Digital Librarian

Digital Librarian (Lego)

Digital Librarian (Lego)

Fondamentali (1): leggere i classici

L’altro giorno in libreria mi è capitato fra le mani il testo dell’Ultima Lezione di Randy Pausch (fatevi un favore, e leggetevi il testo originale) e ho riletto volentieri la parte in cui racconta dei suoi allenamenti di football, e di come il suo allenatore gli abbia trasmesso il senso dei fondamentali.

I fondamentali. Spesso li trascuriamo troppo, o li diamo per scontati. Con l’inizio dell’anno nuovo ho pensato che sarebbe stato bello appuntare una serie dei fondamentali a cui l’esperienza mi ha insegnato ad attenermi e fare riferimento. Il primo è: leggere i classici. Di qualsiasi disciplina ci si occupi è opportuno darsi il tempo per leggere i testi di riferimento, anche se è vero che un classico, per definizione, è “un libro di cui tutti possiamo parlare bene senza averlo mai letto“.

Attualmente sto leggendo nientemeno che Understanding Media di Marshall McLuhan. Uno di quei libri che tutti citiamo (”sai, perché il medium è il messaggio, lo diceva McLuhan”) ma che poi si scopre che nessuno ha mai letto. Leggere con i propri occhi le basi di quello che facciamo (in questo caso i mezzi di comunicazione) ridipinge e rinfresca tutta la nostra visione del nostro lavoro, rafforzandola e solidificandola. Ci si rende conto anche che ciò che sappiamo molto spesso è frutto di ciò che è stato scritto, anche se noi non lo abbiamo mai letto, talmente radicato è quel pensiero nella cultura, nella prassi. E’ interessante anche vedere come pagine di 40 anni fa mantengano (con naturali eccezioni) una attualità e una vivacità che viene voglia di definire “profetica“. Infine, se non altro, ci consente di evitare figuracce come quella del tizio di Io e Annie, che non è poco.

A me piace andare con calma, quindi non sto a buttarmi di testa in tutte le letture dimenticate: però mi piace tirare giù due appunti di autori che andrebbero ripresi, o presi per la prima volta: Serrai, Virgilio, Gershenfeld, Dante, Eisner, Levi, Sontag, Benjamin, Joyce, Pasolini e quanti altri, quante “vertigini” che la lista solo ad abbozzarla fa venire.

E voi? Quali sono i vostri classici dimenticati? Quali propositi per l’anno nuovo avete intenzione di colmare con riletture importanti?

Demo di Koha installata al Cilea

Leggo con enorme piacere che al Cilea è stata installata una demo di Koha, il software open-source per ILS e OPAC probabilmente più illustre al momento.

La notizia è stata data sul portale del Cilea – che per inciso fa parte della comunità italiana di Koha -  e si possono leggere dettagli a questa pagina.

Contestualmente, sul Bollettino del Cilea n. 114 un articolo di Zeno Tajoli e Alessandra Carassiti riassume in maniera precisa e sintetica gli aspetti più significativi del software e della sua storia.

La demo dell’OPAC è visibile a questo indirizzo: http://demokoha.cilea.it/

Sono contentissimo di questa installazione demo: avevo provato a installare Koha su un pc locale (e non sono stato l’unico) ma con esiti non pienamente soddisfacenti. Un’installazione curata come sicuramente hanno saputo fare i colleghi del Cilea offrirà sicuramente una base solida su cui fare esperimenti, divertirsi un po’, fornire un punto di riferimento per chi vuole conoscere un po’ meglio questo software – boh, chissà, speriamo!

Sulla catalogazione (eulogy)

“He had a lot to say
he had a lot of nothing to say
we’ll miss him”
(Tool, Eulogy)

Di ritorno dal seminario ITALE, al quale abbiamo presentato il workflow utilizzato per l’import dei periodici elettronici nel nostro catalogo, penso e ripenso al senso della catalogazione.

Riprendendo anche le discussioni fatte su The Geek Librarian, mi viene in mente come la prassi quotidiana della catalogazione sia qualcosa che fra non molto tempo diventerà obsoleto.

Mi piaceva tantissimo catalogare all’inizio della mia carriera: avere un contatto fisico con il libro, sfogliarlo, misurarlo, toccarlo, formare pile e pile intorno al pc, era una gran sensazione. Ti dava l’impressione di prenderti cura di quei piccoli oggetti, di amarli. L’atmosfera silenziosa dell’ufficio (va bè non sempre) e la calma routine erano sensazioni deliziose. Non mi sono mai annoiato davanti a quel terminale verdognolo che tutti i miei colleghi odiavano. Tutto questo – lo ammetto – mi manca.

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