Ho letto il bell’editoriale di David Kohl all’ultimo numero di The Journal of Academic Librarianship (http://dx.doi.org/10.1016/j.acalib.2010.05.023), una serie di riflessioni sui webcast della WebWise Conference on Libraries and Museums in the Digital World promossa dall’IMLS; oltre all’accenno al tema del linguaggio (tema a me molto caro), mi piace molto l’ultima parte, in cui evidenzia con candore il fatto che i relatori del convegno non sapevano usare powerpoint:
I cannot resist pointing out the Sancho Panza element to the generally elevated Don Quixote tone of the IMLS web presentations. As Cervantes was well aware, it is always useful to have a modicum of reality to even the most noble aspirations. I am referring to the fact that as you watch the three presentations, you will notice that each of them has significant problems with the presentation technology.
(il corsivo è mio).
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Sono di nuovo in trasloco. Altri scatoloni. Non si smette mai.

Torino, aprile 2007
Ad Agosto andrò a Oslo
!
In breve.
Un corso di excel non è un corso di informatica più di quanto la scuola guida non sia un corso di ingegneria.
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Negli ultimi anni, da quando è stato fatto notare che “gli opac fanno schifo“, alcuni concetti si sono posti come cardine del rinnovamento necessario: gli opac devono essere meglio integrati con il web, destinati a un’utenza non specialista, modellati sulla semplicità dei motori di ricerca (cioè di Google, non prendiamoci in giro: la metonomia si è affermata, come per l’aspirina).
Tuttavia il dibattito, specie quando è condotto su un piano astratto e generico, di “principi” o di “paradigmi“, finisce sempre con l’essere sterilmente fumoso, e si arena sulle solite amare conclusioni: stiamo perdendo gli utenti perché non parliamo più la loro lingua, e i nostri servizi vengono soppiantati dagli strumenti generici del web; il mondo del web apre a un’utenza completamente nuova (”non sappiamo più chi sono i nostri utenti“, ho sentito dire); le biblioteche soffrono di una crisi di identità. E per concludere con il peggio, ci si aggrappa alla domanda fatale: quali strumenti possono risolvere il nostro problema?
E’ evidente l’equivoco di fondo; e mi sorge una perplessità.
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