Sulle comunità Open Source

Dopo tanto tempo, è bene che ritorni a parlare un po’ di Open Source. Specialmente in questi ultimi tempi in cui mi spendo tanto a parlare di Mendeley in giro, dovrei comunque ricordare che un software “gratuito” non vuol dire “libero” né tantomeno “aperto”. Tantomeno dobbiamo dimenticarci delle logiche commerciali che stanno dietro una struttura ormai sempre più estesa e ramificata. Nei giorni seguenti alla morte di Steve Jobs, inoltre, tornare a ricordare il valore dell’apertura tecnologica è forse ancora più necessario.

Negli ultimi giorni mi è venuto da fare  una riflessione sulle comunità open-source. Qui a Parma abbiamo avuto come docente Ian Witten, il creatore di Greenstone, il celebre software open-source per la costruzione di depositi digitali. Lui ci ha confessato che la “comunità” di utenti non è per niente attiva nello sviluppo. Gli utenti di Greenstone solitamente sono utenti “base”, e non hanno le competenze informatiche per offrire un contributo costruttivo al software; si limitano a essere utenti passivi, bisognosi di assistenza – come era per noi con Sebina: quando qualcosa non funziona, si chiama la ditta che lo metta a posto.

Sebina è però un software chiuso e commerciale. Brutte notizie per il mondo open-source, se un software così diffuso non riesce a crescere sui propri utenti.

Libertà, a quanto pare, è partecipazione. Senza di essa, un software libero non è altro che un inaffidabile esperimento lasciato a metà.

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