Tesi! – I dati dell’indagine

Finalmente la mia tesi di master è disponibile su ODA, l’archivio istituzionale della HiOA. Questo il link diretto all’item.

Ora che la tesi è ufficialmente online, e mentre preparo un articolo da inviare a qualche giornale open access, spendo almeno due parole, come promesso, per riassumere i risultati dell’indagine.

La ricerca riguardava l’uso dei software di gestione delle citazioni (Reference Management Software, RMS) presso i dipartimenti scientifici dell’Università di Torino. Ho somministrato un questionario a ricercatori e docenti, ricevendo 187 risposte, e ho raccolto 13 interviste. Non mi soffermo qui sui dettagli metodologici, sulle cifre, sull’analisi dei dati, ecc.; voglio invece esporre brevemente i risultati principali, conditi da alcune mie riflessioni personali.

  1. I RMS sono molto conosciuti, ma poco utilizzati.
  2. Il software più noto è utilizzato è EndNote (79% e 49% delle risposte relative a conoscenza e utilizzo), spesso insieme a EndNote Web. A parte BibTeX (27% e 10%) e Reference Manager (31% e 5%), sono degni di menzione solo Mendeley (19% e 9%) e Zotero (18% e 5%). Poco conosciuti e praticamente inutilizzati gli altri. Questo testimonia a mio avviso una lacuna dal punto di vista della formazione e dell’informazione dei ricercatori. Quasi nessuno sperimenta soluzioni alternative ai software più conosciuti. Prodotti nuovi, sperimentali, come Qiqqa, Citavi, ecc. sono ignoti. Potete vedere il confronto nello schema qui sopra: le barre blu indicano gli utenti che conoscono il software, quelle arancioni gli utilizzatori; le righe orizzontali assestano il livello medio di ogni risposta. La scarsa altezza delle barre è molto eloquente.
  3. I ricercatori mostrano di non avere tempo da dedicare all’approfondimento di questi strumenti. Per questo si limitano ai più conosciuti, e spesso li utilizzano nelle loro funzioni base. Al punto di arrivare al caso estremo di utilizzatori di Mendeley che non conoscono le feature social del software. Un paradosso, visto che Mendeley nasce proprio come strumento social.
  4. L’utilizzo non è soltanto basilare, ma anche estremamente personale: il metodo di gestione delle citazioni (ricerca, salvataggio, formattazione, condivisione, collegamento al full-text, ecc.) non segue quasi mai degli schemi fissi, ma ognuno adotta e perfeziona le proprie prassi, al massimo condividendole con i colleghi più stretti. Non esiste un iter “ufficiale”, standard; non esiste un metodo diffuso e comune.
  5. I RMS circolano fra i colleghi tramite passaparola ed emulazione; gli intervistati sono venuti a conoscenza di un certo software su consiglio di altri colleghi, o per averlo visto usare o trovato a disposizione nel laboratorio. Sono eccezioni i casi di ricercatori che di propria iniziativa si documentano alla ricerca di uno strumento migliore.
  6. Saper citare correttamente la letteratura è una competenza scientifica avvertita da tutti gli intervistati, che però si mostrano divisi: alcuni ritengono che l’utilizzo di questi software sia molto importante, quando non fondamentale, specialmente nei più giovani, che andrebbero istruiti su questo. Altri ritengono che l’attenzione e l’approfondimento vadano rivolti ad altri aspetti dell’iter di ricerca: i database bibliografici, ad esempio.
  7. E-science: nessuno sembra particolarmente interessato alle funzioni social di questi software. Sembra assente l’interesse per la collaborazione scientifica virtuale (o forse a mancare è la cultura stessa dell’e-science). Però qualche risposta isolata mi ha chiarito meglio il quadro. Quando parliamo di “virtual science” noi usiamo dei paroloni, che vogliono dire tutto e niente. Ad es., la collaborazione virtuale può avvenire a molti livelli e fra diversi gruppi di persone. E’ molto frequente che i ricercatori lavorino in gruppi, ma non necessariamente su (per es.) Zotero. E’ frequente che si collabori molto fra colleghi, ma è quasi impossibile che sconosciuti in giro per il mondo condividano informazioni. All’interno delle comunità scientifiche i nomi si conoscono, ma andare su un social network può essere utile quando si fa una ricerca in campi più lontani dal proprio, e ci si muove con meno esperienza. La scoperta di citazioni avviene attraverso i metodi classici: ricerche e feed rss dei database, non attraverso i social network. Tuttavia i forum o gli ambienti di social science possono aiutare: non a trovare letteratura, ma a risolvere altri tipi di dubbi o problemi. Quindi è sbagliato dire che “la collaborazione virtuale” non funziona, o non avviene: esistono sfumature. I RMS in questo sono sicuramente sottoutilizzati, o forse anche inadeguati.
  8. Il ruolo della biblioteca come potenziale supporto su tutto questo è visto come assente, salvo qualche eccezione. Gli intervistati non giudicano la biblioteca come utile luogo di supporto sui temi della gestione delle citazioni e degli strumenti dedicati. Soltanto alcune rare e splendide voci inseriscono la biblioteca in una visione di ampio respiro che include i bibliotecari come utili collaboratori al processo di ricerca. Io personalmente e orgogliosamente – leggo questo come un incentivo a lavorare su servizi che vadano a colmare queste lacune: insomma, vedo uno spazio di lavoro immenso, utile e interessante, in cui i professionisti dell’informazione, assumendo il ruolo di embedded librarians, possono giocare una partita importante. Sono solo io?

Questo è una breve presentazione molto discorsiva dei dati raccolti nell’indagine. Rimando a un eventuale articolo futuro la presentazione scientifica dei dati originali e della loro analisi. Per ora lascio che ciascuno di voi si faccia le sue idee, che mi piacerebbe discutere insieme. Largo ai commenti!

Tesi! – I dati dell’indagine

4 pensieri su “Tesi! – I dati dell’indagine

  1. avatar ded ha detto:

    Anche io dico FINALMENTE! non vedevo l’ora di leggere un po’ di anglobibliotechese! ;)
    Parafrasando woody allen, ti toccherà “insegnarli i RMS a bastonate!”

  2. Ciao Enrico,

    sono finalmente riuscita a trovare il tempo per dare un’occhiata al tuo lavoro e volevo riprendere due tue considerazioni che ritengo molto importanti.

    - “Saper citare correttamente la letteratura è una competenza scientifica avvertita da tutti gli intervistati”. Bene. Peccato che poi non ci sia cultura e informazione sull’utilizzo degli strumedti che facilitano e potenziano questa competenza: è quindi un problema di formazione? O solo di forma mentis?
    Perché se si tratta solo di un’assenza di formazione rimediare non dovrebbe poi essere così difficile ;)

    - “Il ruolo della biblioteca come potenziale supporto su tutto questo è visto come assente, salvo qualche eccezione”. Le eccezioni sono nuove avanguardie o solo eccentriche nicchie? Io non sono una bibliotecaria, faccio tutt’altro di lavoro, ma sono una fruitrice intensissima e molto esigente: e in tale veste posso assicurarti che vorrei trovare nelle biblioteche un “supporto sui temi della gestione delle citazioni” e dei facilitatori in questo processo. La partita importante da giocare esiste.

    Grazie per avere c0ondiviso il tuo lavoro, alla prossima

    Grazia

    1. Ciao, e grazie per le osservazioni.

      A entrambe le tue domande credo si possa rispondere allo stesso modo. Il problema è in parte legato alla forma mentis, che in generale è un po’ chiusa in tutti gli attori: ricercatori, bibliotecari, amministratori.

      Il problema è di forma mentis nel primo caso, perché anche quando l’esigenza di formazione è percepita (e lo è in molti degli intervistati, ma in poche delle risposte al questionario, ricorda) non sempre c’è la volontà/capacità di integrare questa formazione in un percorso continuo. Molti fanno da sé insieme ai propri colleghi o collaboratori stretti.

      Sulle biblioteche, parlare di “avanguardia” scivola quasi nel comico involontario. Formazione, promozione e aggiornamento sono cose che a mio avviso dovrebbero far parte del cuore della professione, cosa che solo pochi percepiscono. Anche qui gioca la forma mentis, unita a una bella dose di complicazioni amministrative-burocratiche-gestionali, quindi le iniziative in tal senso risultano sempre “spot” anziché essere strutturate in un percorso.

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