L’equivoco del “Google-like”

Si dice da anni che gli opac – che fanno schifo – vanno svecchiati. Le soluzioni adottate, che siano Next Generation Catalogs o più complessi Discovery Tool (tipo questi), adottano un paradigma di base: il modello di ricerca Google-like basato su un unico box di ricerca semplice e una presentazione dei risultati ordinati in base a un ranking. Ma.

Allestendo uno strumento del genere per gli utenti di una biblioteca, occorre fare attenzione a un equivoco che si nasconde sotto la superficie.

Se cerco una cosa su Google, in genere cerco un unico risultato. “Campeggi in Toscana”, “Che cos’è lo spread”, “Risotto ai funghi”, richiedono un’unica risposta – oppure poche risposte da confrontare – per risolvere una necessità momentanea (andare in vacanza, capire il mondo, preparare una cena).

Se faccio una ricerca bibliografica, io cerco molti risultati. “Storia del movimento operaio”, “La lirica di R.M. Rilke”, “Autism in young adults”, pretendono una bibliografia il più possibile completa, estesa, ricca, sull’argomento. Non sono alla ricerca di un risultato migliore di altri, e la mia esigenza informativa non è soddisfatta da un solo risultato. Che è quello che un ranking inteso alla Google cerca di restituirmi.

Che un sistema di ricerca bibliografica moderno includa il ranking è scontato e inevitabile, ma i paragoni con Google è meglio lasciarli stare perché le esigenze informative che stanno alla base dei due strumenti sono radicalmente diverse.

L’equivoco del “Google-like”

2 pensieri su “L’equivoco del “Google-like”

    1. Esatto: i search-engine alla base dei Discovery Tool non sono euristici, non imparano informazioni nuove dal comportamento dell’utente. L’efficacia di un Google sta proprio nella personalizzazione, nella sua conoscenza di ogni singolo, distinto, utente.

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