Era vero. Elsevier acquista Mendeley.

Dunque i rumors si sono rivelati veritieri. Mendeley è stata acquisita da Elsevier.

Ovviamente c’è molta commotion nel mondo accademico (sia positiva che negativa: guardiamo un po’ Twitter che ha persino un brillante hashtag “Mendelete“). Elsevier, secondo alcuni, è IL MALE. Mendeley si è sempre distinto come un prodotto eccellente, usabile, efficiente, e pure se con qualche perplessità è sempre stato visto come una piacevole realtà del mondo della letteratura scientifica. Inoltre è sempre stato attivo sul fronte delle Open API e strettissima è la sua collaborazione con PloS. Capirete che questa unione non fa pensare a niente di buono.

Elsevier-as-villain-character

Per alcuni Elsevier è così

Io non sono in grado di fare considerazioni accurate né analisi puntuali – non capisco nulla di strategie commerciali né posso definirmi un esperto di editoria scientifica (però fra chi mi legge so che c’è chi lo è – chi ha orecchie intenda – dico a te Ilaria). Ma butto sul piatto alcune rapide riflessioni.

1) Pochi giorni fa, il popolare social network di lettura Goodreads è stato acquistato dal famigerato colosso Amazon (per approfondire leggete qui e qui)

Sauron-Amazon

Per me Amazon è così

Queste vicende spingono a riflettere sull’effettiva sostenibilità di certi business model. Invito in particolare a leggere questo articolo di The Scholarly Kitchen che è un po’ drastico:

Free is a bad business model.

Eravamo troppo ottimisti a pensare che Mendeley riuscisse a starne fuori?

2) Le press-release di Mendeley e Elsevier sono ovviamente ottimiste. Mendeley rassicura che nulla cambierà per gli utenti: la versione free continuerà a esistere, né esisteranno restrizioni all’uso. Il servizio anzi riceverà subito un potenziamento (gli account avranno più spazio e i gruppi potranno essere più numerosi). La partnership con Elsevier garantirà migliore integrazione con le piattaforme ScienceDirect e Scopus, senza che l’editore limiti lo sviluppo di Open API che hanno portato molti favori a Mendeley. Insomma tutti vincono. Naturalmente solo il tempo potrà dimostrare quanto questo ottimismo sia giustificato, e io ribadisco di non avere elementi per sbilanciarmi. Però…

3) … però. Viviamo nell’epoca di Facebook, Google, Apple, Amazon. Godiamo di servizi free che giocano, manipolano e vendono i dati che noi forniamo liberamente. Tutto questo non lo vediamo o non lo vogliamo vedere: è stato dimostrato come la maggior parte degli utenti è disposta a rinunciare a un certo grado di diritti in cambio del servizio offerto. Non metto in dubbio che l’esperienza dell’utente di Mendeley possa rimanere invariata, ma è inevitabile che il modo in cui verranno trattati i dati cambierà. È impossibile non fare qualche riflessione sul ruolo che avrà un colosso come Elsevier nella gestione e nel trattamento delle informazioni condivise su Mendeley. Mendeley raccoglie e offre servizi su una base di dati raccolti dal basso dai suoi utenti. Informazioni bibliografiche, informazioni personali, sulle attività di ricerca, sulle connessioni professionali. Ha avviato un servizio (a pagamento) rivolto alle università basato proprio sul questo database. È davvero pensabile che rimanga neutrale?

A gennaio avevo detto che se Elsevier avesse acquistato Mendeley, io avrei rinunciato al ruolo di advisor e avrei continuato a osservare (e anche usare perché no) Mendeley in maniera più neutrale e distaccata ma senza un coinvolgimento attivo e diretto, grazie mille. Ora: io non perderò né il sonno né il mio aplomb sabaudo: seguirò gli sviluppi, proverò a leggere un po’ di opinioni più autorevoli, ma non mi straccerò le vesti, né farò così:

Homer va in giro con un cartello che dice "la fine è vicina"

Ecco: “esageroma nen” (non esageriamo)

Però inizio a fare l’export in Zotero.

Era vero. Elsevier acquista Mendeley.

7 pensieri su “Era vero. Elsevier acquista Mendeley.

  1. avatar Ilaria ha detto:

    Chiamata in causa, eccomi!

    Sul fatto che “gratis” non sia un modello economico valido ne è una prova Google Reader, che a luglio chiude i battenti perché non viene usato abbastanza, perché Google preferisce concentrarsi su altri servizi, perché il software non è ritenuto strategico e per tutte le altre valutazioni del caso.
    (C’era un bel post a questo proposito, citato da Scholarly Kitchen, che però è sparito dal web: recitava “Goodbye Google Reader: “Next time please pay a fair price for the services you depend on.” http://bit.ly/10OV8AG “)

    Quindi, gratis non va.

    Elsevier però ha il problema opposto, direi: fa pagare tutto, e, a sentire la lamentatio dei bibliotecari in tutto il mondo, lo fa pagare tanto.

    Mendeley, se mai ce ne fosse il bisogno, da questa partnership guadagna visibilità e sicurezza economica, ma probabilmente perderà in indipendenza nello sviluppo del prodotto. Cioè, Mendeley diventerà uno strumento sempre più funzionale alle esigenze dell’editore.
    Quello che temo fortemente è che, visto il grado di apertura di Elsevier nei confronti della condivisione dei contenuti – non sì e basta, ma: le riviste ad accesso aperto sì perché ci paghi un tot ad articolo, l’auto-archiviazione sì, ma tanto gli articoli vanno open almeno un paio d’anni dopo la pubblicazione http://www.elsevier.com/about/open-access/open-access-options – l’autonomia di Mendeley e il suo funzionamento, le peculiarità che ne hanno fatto un sw così diffuso come la condivisione dei full-text dei documenti, potrebbero cambiare, e non di poco.

    Elsevier era quello che di questi tempi un anno fa è stato oggetto della campagna “The cost of Knowledge” (http://thecostofknowledge.com/), non scordiamocelo.

    Sono una sostenitrice del fatto che il cambiamento sia positivo. In questo caso, però, mi riservo qualche dubbio.

    1. Non posso che condividere quanto scrivi.

      Anzi mi viene da aggiungere una riflessione, sulla base anche della vicenda Goodreads. Internet non è gratis, e dobbiamo smettere di pensare come se lo fosse. Questo vale anche per l’Open Access.

  2. Io sono il primo convinto che la gratuità dei servizi in linea sia una pessima scelta, anzi, facciamo il secondo: http://blog.pinboard.in/2011/12/don_t_be_a_free_user/

    Evocare Google Reader significa però andare fuori strada, completamente. Chiunque creda per un istante alle ragioni evocate dall’azienda (concentrare le risorse, togliere elementi non produttivi) dimentica che le risorse sono state riallocate a progetti proprio attinenti al cuore dell’attività del motore di ricerca: fare macchine che si guidano da sole e costruire un ascensore spaziale.
    Google aveva un suo ritorno per il suo investimento (minimo, 5 persone al massimo): informazioni sul traffico degli utenti, quindi migliore indicizzazione, soprattutto delle novità ( per avere alcuni elementi al riguardo http://signord.tevac.com/2013/03/21/un-video-di/ ).

    Il problema nasce dal mettere a disposizione un servizio in linea, gratuito e non distribuito. Questo è il modello fallimentare.

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