Per una definizione di Bibliotecario

In questi giorni è in discussione una norma UNI molto importante per quel che riguarda la riflessione sulla definizione del nostro lavoro. Che cos’è un bibliotecario? Cosa caratterizza la sua professionalità? La bozza della norma proposta (la BOZZA) è disponibile qui: http://www.uni.com/index.php?option=com_wrapper&view=wrapper&Itemid=900, cercate inserendo il codice U30000730), ed è aperta alla pubblica discussione. Potete leggere dettagli sul percorso della norma e su come contribuire alla discussione nella pagina del sito AIB.

Della cosa si è parlato anche su  AIB-CUR (pochino in verità). Una lettura analitica e intelligente, che condivido in pieno, è quella che fa Laura Testoni su VediAnche. Leggete il suo articolo, o almeno la sua premessa che è un riassunto della norma.

Letto? Bene: avrete visto anche voi che c’è un problema di base in questa bozza allo stato attuale, ed è l’immagine obsoleta della biblioteca a cui fa riferimento: una biblioteca come luogo di collezioni che un professionista è chiamato a gestire. Lo si vede subito nel punto iniziale che elenca i quattro compiti fondamentali del bibliotecario che per brevità riassumo così:

  1. gestione delle collezioni
  2. erogazione dei servizi
  3. analisi delle esigenze informative dell’utenza di riferimento
  4. attività scientifica di studio e di ricerca

Dal mio punto di vista la visione proposta è obsoleta: ricalca un modello di biblioteca di molto precedente al mondo digitale. Si basa su collezioni fisiche che solo come seconda istanza possono avere natura digitale.

La mia modestissima proposta è quella di capovolgere i compiti fondamentali cambiando l’ordine dei fattori. Compito del bibliotecario è favorire l’accesso alla formazione per il suo destinatario finale (l’utente), e la gestione della collezione è una conseguenza di questo, è un mezzo. Il fine della biblioteca è nella funzione di servizio all’utenza, funzione assolta in parte dalla gestione delle collezioni. La gestione delle collezioni deve diventare secondaria, non essere il punto primo. I quattro compiti devono quindi essere posti in ordine diverso:

  1. rapporto con la comunità e individuazione (costante, coltivata, discussa, adattata) delle sue esigenze informative
  2. progettazione dei servizi
  3. creazione delle collezioni con cui alimentare i servizi
  4. le attività di ricerca servono a rafforzare i punti sopra

Insomma i punti 1 e 3 della bozza originale vanno invertiti, perché è solo a partire dal dialogo con la comunità che si potrà allestire e gestire una collezione utile, e che questa è inutile se non c’è prima un’idea di servizio o di partecipazione.

Al di là del mio modesto pensiero, credo che discutere di questo sia molto importante (oltre che divertente), perché, al di là delle rigidità che una norma inevitabilmente comporta, è fondamentale che alla base della professione di tutti ci siano i medesimi principi e concetti. E’ una cosa di cui mi sono reso conto studiando al Master. Quello che veramente ti offre un percorso di formazione è la base comune: le persone vengono formate allo stesso linguaggio, vengono messe a parte di un punto di vista comune, e possono entrare nella professione sapendo perfettamente ciascuno cosa aspettarsi dall’altro, sapendo qual’è la direzione verso cui muoversi. Nella mia esperienza lavorativa invece ho sempre visto molta eterogeneità – formativa, di esperienza, di motivazioni, di approccio. Il che non è necessariamente un male – la varietà è ricchezza. Ma diventa un male quando questa varietà non si coordina e crea contraddizioni o corto-circuiti. Quando due colleghi sono risoluti nel voler perseguire scopi diversi e non accettano o comprendono l’esigenza di un approccio differente. Quando la logica del servizio e del senso del proprio lavoro è distante, inconciliabile.

Faccio due esempi estremi tratti dalla mia esperienza:

1) Stavo tenendo un workshop sull’utilizzo del software di catalogazione e gestione delle biblioteche. Una collega difendeva il suo metodo di inventariazione e collocazione perché le rendeva più facile il lavoro; io insistevo nel spiegarle che non andava bene, perché l’utente avrebbe trovato in catalogo un’informazione poco chiara. La sua replica è stata:

Ma a me cosa importa dell’utente del catalogo?

2) Durante la mia prima settimana all’università stavo partecipando a un gruppo di progetto, nel quale diversi colleghi più anziani ed esperti stavano illustrando a me e ai miei neoassunti colleghi la natura del lavoro che stavamo per incominciare. Durante una pausa uno di questi – un catalogatore con decine di anni di esperienza – mi disse questa frase:

Massì vedi, tutte queste regole di catalogazione, questi standard internazionali, sono fesserie. Abbiamo sempre fatto senza. Servono solo per permettere a noi bibliotecari di darci un tono di superiorità e poter dire di svolgere una professione sofisticata.

Sono casi drammatici ed estremi, ma da qui è facile capire che, senza una visione comune del senso del proprio lavoro e senza la conoscenza minima condivisa delle sue basi, si va davvero poco lontano. Per questo non bisogna sottovalutare la riflessione che si fa sulla definizione della professione.

Io arrivo sempre tardi su questi argomenti; ad esempio non conosco le analoghe norme degli altri paesi su cui poter fondare una riflessione e un confronto. Però credo che dare la propria partecipazione e il proprio minimo contributo sia importante, per quanto piccolo – cosa peraltro che è parte integrante della logica di condivisione e collaborazione proprie della nostra professione, come insegna l’esperienza Wiki.

Un commento a “Per una definizione di Bibliotecario”

  1. avatar Francesco scrive:

    Un bel post e sostanzialmente sono d’accordo. Quello che mi chiedo sempre, pero’ è come la formazione che le biblioteche dovrebbero giustamente facilitare all’utente si relazioni con la formazione di altre istituzioni tradizionali (es. la scuola).
    Buon lavoro.

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