L’Atlante della Biblioteconomia Moderna

L'Atlante della Biblioteconomia Moderna - Copertina © Editrice Bibliografica

L’Atlante della Biblioteconomia Moderna

Dopo una lunga gestazione, è finalmente pronta l’edizione italiana dell’Atlas of the New Librarianship di David Lankes. Ne parlo perché alla traduzione ho partecipato anch’io insieme agli studenti italiani dei DILL: Federica Marangio, Andrea Zanni, Chiara Consonni, Ewelina Melnarowicz – coordinati da Anna Maria Tammaro e Elena Corradini. Il libro uscirà per l’Editrice Bibliografica il 13 marzo (qui la scheda). Contiamo di fare diverse presentazioni in giro per l’Italia, quindi restate in attesa di aggiornamenti.

Sono contento della cosa perché, sebbene il libro arrivi con un po’ di ritardo rispetto alla sua uscita originale, è importante che i concetti alla base del pensiero di Lankes siano di pubblico dominio nella nostra comunità. Ne ho parlato mille volte: non perché siano così innovativi, dirompenti, o profondi, ma perché li sento un po’ mancare nei discorsi professionali che mi circondano. Inoltre come ho già detto parlando del master, lavorare dispondendo di una base comune – teorica e linguistica – aiuta molto. Scopro anche che i concetti della Biblioteconomia Moderna (New Librarianship) sono molto più comuni e naturali fra i colleghi più giovani. Questo vorrà dire qualcosa. Per chiudere il discorso segnalo una cosa bellissima: se volete avere un’introduzione alla Biblioteconomia Moderna leggete l’altro libro di Lankes più discorsivo: Expect More. Lankes lo ha da poco messo a disposizione gratuitamente (!) ed è scaricabile da qui: http://quartz.syr.edu/blog/?page_id=4598

L’Atlante della Biblioteconomia Moderna

4 pensieri su “L’Atlante della Biblioteconomia Moderna

  1. avatar Pierfranco ha detto:

    Ho letto Expect More e mi piacerebbe sapere se anche l’Atlas ha la stessa caratteristica: cioè che Lankes non ha un tessuto di riferimenti ad autori contemporanei, se ha dei debiti, non li esplicita. Cita pardi fondatori come Dewey e Ranganathan, ma io vedo nel suo discoso molto altro: vedo molti elementi in comune con Henry Jenkins e con Weinberger, ma mai espliciti, né riconosciuti. È vero che potrebbe anche essere una consonazna generica, ma anche in questo casi ci si apsetterebnbe di vederla discussa, almeno menzionata. Così mi chiedo: anche l’Atlas non ha una parte che anche senza essere una literature review in senso stretto, espliciti dei prestiti, delle affinità? Il libro Expect More non ha neppure una bibliografia. L’Atlas ce l’ha? Lo guarderò alle Stelline ma tu probabilmnente ne avra una copia e sai come è strutturato.

    1. In parte è così anche l’Atlas. L’apparato bibliografico è distribuito nella seconda metà del volume. Dopo il trattato vero e proprio infatti l’Atlas contiene una consistente parte di paragrafi che definiscono e approfondiscono gli “agreements” del libro – ovvero i fondamenti o le unità concettuali – ciascuno dei quali contiene una breve lista di approfondimenti bibliografici (detti “related artifacts”). Non esiste una vera e propria sezione “bibliografia”. Non so però come l’edizione italiana abbia reso questa parte, perché il nostro gruppo ha lavorato solo sui capitoli veri e propri del libro e non sugli agreements al fondo.

  2. avatar Pierfranco ha detto:

    In realtà io non mi riferivo alla eventuale presenza di bibliografie o sezioni di letture consigliate. Mi riferivo invece al fatto di “costruire” il proprio discorso citando direttamente nel testo (quindi con uso di riferimenti bibliografici interni o di note a piè di pagina) nomi di autori da cui prende qualcosa in prestito, o di autori che invece confuta, ecc. Sono cose comuni in qualsiasi articolo scientifico o monografia umanistica. Se Lankes non lo fa, mi pare ormai di dover concludere, vuol dire che scrive in maniera molto molto personale e nasconde gli autori che lo hanno influenzato (dico “nasconde” perché a mio parere non è possibile che non legga nulla e che non sia vicino a qualcuno). Ma così non si inserisce in una “conversazione”, in un dialogo avviato nella sua comunità professionale. È uno strano caso di stile idiosincratico che finisce per dare l’impressione di una riflessione “solipsistica” quando è ovvio che non può essere realmente tale. Insomma: la mia impressione è di scarsa trasparenza e anche di fastidio molto personale per quello che a me pare un tentativo di sfuggire a qualsiasi tentativo di definizione e inquadramento.

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