Alcune riflessioni sull’Atlante

Riassumo qui tre riflessioni, e una conclusione, proposte dal pubblico durante la presentazione dell’edizione italiana dell’Atlante di Lankes al Salone del Libro, lunedì 12 maggio scorso, in seguito agli interventi mio e di Silvia Franchini. Vi avviso, è un po’ lunghetto.

0. Premesse

Il contesto non era ottimale per un dibattito perché l’autore, contrariamente a quanto previsto, non ha potuto essere presente online; idem Anna Maria Tammaro, curatrice del volume, non era in sala alla fine della presentazione. Sicuramente né io né Silvia avevamo la competenza per approfondire il discorso oltre quanto già detto nelle nostre relazioni, che come avete letto erano molto mirate a degli aspetti specifici e legati all’esperienza personale.

Anche per questo motivo è necessario fare una premessa che forse non è ovvia quanto sembra: io non sono (né lo è Silvia Franchini) un “profeta” di Lankes. Non ho un mandato celeste per disseminare e difendere la sua opera – come dice anche Andrea Zanni che è intervenuto dalla sala, “ho solo tradotto un capitolo di questo libro”. L’interesse che ho per il suo lavoro nasce – di nuovo (mi fate ripetere eh!) dal mio personale incontro con lui lungo il mio percorso, e dall’entusiasmo e interesse che mi ha suscitato.

Ricostruisco il dibattito a memoria, quindi perdonatemi alcune semplificazioni.

1. Novità

La prima domanda è stata: “Qual è la vera novità di questo discorso? Chi lavora nelle biblioteche discute dell’importanza dell’utente da più di 40 anni”. Credo che a fare questa domanda sia stata Sandra Di Maio, già direttrice della biblioteca della Scuola Normale di Pisa. Spero di non sbagliarmi, nel qual caso mi scuso – e ne approfitto per ribadire che ai convegni, quando si interviene, sarebbe carino presentarsi.

Questa è proprio una delle domande che avrei voluto porre direttamente a David (e alla quale come avete visto anche lui stesso ha risposto in termini molto vaghi). L’impressione che gli argomenti di Lankes non siano una novità assoluta è comunque abbastanza diffusa, e più volte criticata. D’altra parte lui stesso ripete più volte nel corso del libro “non pretendo che questa concezione sia nuova e unica”. Opportunamente l’edizione italiana ha tradotto con “moderna” (ossia: adatta ai tempi) anziché con “nuova”.

Posso abbozzare una risposta molto grezza: se il ruolo delle biblioteche, i servizi offerti e soprattutto la loro percezione sono ancora allo stesso punto, vuol dire che parlarne “da 40 anni” non è servito a un granché. O perlomeno se ne è parlato nel modo sbagliato. Il fatto che ancora oggi si parli di biblioteca quasi esclusivamente come di spazio di raccolta di documenti – vedi la prima proposta della norma UNI sulla definizione del bibliotecario, la discussione sul codice deontologico della professione, per non parlare dei manuali di biblioteconomia – forse significa che non si è mai cambiata posizione in tutto questo tempo. Non fatemi poi parlare delle mie esperienze dirette. In questo senso l’esortazione di Lankes continua a essere “nuova”.

Più in dettaglio, Lankes non parla di attenzione verso l’utente – quello era al centro del lavoro di Cutter, già nell’Ottocento. Lankes parla di comunità di membri, non di utenti. Parla di membri coinvolti attivamente nella biblioteca, non semplicemente di servizi offerti su misura per loro. C’è una differenza concettuale fondamentale.

2. Cosa devono essere le biblioteche

Il secondo intervento è stato di Riccardo Ridi, che ha ribattuto il suo punto di vista sulle funzioni “altre” della biblioteca (il suo recente articolo su Biblioteche Oggi è esplicativo). Ridi non è convinto delle idee di biblioteca come collaboratorio, come spazio incontri, come centro di attività, né del ruolo dei bibliotecari come facilitatori o insegnanti. Queste funzioni non rappresentano il vero compito della biblioteca: non sono il nostro lavoro, altri lo fanno meglio di noi. “Il cuore delle biblioteche sono i documenti. Se togliamo i documenti per fare spazio ad altro (creazione di conoscenza anziché messa a disposizione dei prodotti della conoscenza) la cosa non ha senso“.

Silvia ha risposto – come se non fosse stata chiara abbastanza nel suo intervento – che la biblioteca può e deve ascoltare e coinvolgere i membri della sua comunità in un modo che va oltre la semplice messa a disposizione di materiale informativo, rispondendo a esigenze anche improvvise e impreviste.

Io ho ribattuto che non dobbiamo parlare in termini di “alterità” ma di compresenza. In particolare ho contestato il fatto che i bibliotecari non possano fare formazione (o facilitazione, se vogliamo usare una parola che non amo) in un ambiente collaborativo e creativo. Io credo fortemente che la literacy passi per di qua. I documenti e l’alfabetizzazione vanno di pari passo, senza uno non c’è l’altro. Fornire i primi senza considerare il livello della seconda è un errore di presunzione – e di ignavia – inaccettabile. Noi bibliotecari dobbiamo responsabilizzarci in questo.

Ho citato due esempi di come le biblioteche abbiano dato prova di questo potenziale: le attività fatte in collaborazione con Wikimedia e il fenomeno dell’open access.

Le prime partono dall’alfabetizzazione su una piattaforma di collaborazione per arrivare a capire e padroneggiare una sfera più ampia. Il mondo wiki è una palestra di gestione della conoscenza, di collaborazione e di alfabetizzazione. I concetti del diritto d’autore passano (anche) per di qua; l’importanza della neutralità scientifica e della bibliografia passa (anche) per di qua. Capire il mondo wiki non significa soltanto saper valutare le fonti in rete: significa saper partecipare.

Il secondo è una cosa che tocca il cuore vitale dell’accademia. Lavorare sull’Open Access non riguarda solo l’accesso alla letteratura scientifica, ma anche tutto il meccanismo della produzione: dove pubblicare, come disseminare, quali strumenti utilizzare, i meccanismi dell’editoria scientifica, la perversità dei costi dei periodici, l’impatto delle citazioni, il copyright: sono tutti temi che hanno visto i bibliotecari in prima linea.

Questi due esempi dimostrano come qualsiasi attività di literacy può e deve passare per la biblioteca. Non capisco perché il bibliotecario non possa essere “insegnante” di queste cose. D’altra parte lo ha sempre fatto, si pensi anche ad attività più tradizionali come l’istruzione sugli strumenti di reference management come sull’uso delle risorse bibliografiche.

Infine io credo che la cultura e la conoscenza siano dinamiche, e frutto di una elaborazione, non di semplice fruizione. La biblioteca offre strumenti. Se io leggo un libro, lo faccio per produrre poi idee nuove: magari ne scrivo uno io, o preparo una tesi, ne faccio una recensione o lo consiglio a qualcuno. La lettura non si esaurisce in se stessa. Questo è ancora più vero nel mondo del web, dove il confine fra fruizione e produzione dei documenti è molto più sfumato: se io posso leggere un testo, lo posso anche commentare – e l’autore mi può rispondere. Si può scrivere insieme, collaborando. Si possono mescolare lavori altrui in prodotti culturali nuovi. Se un post di un blog è un testo, che cos’è il suo commento? Se siamo in grado di assegnare a entrambi degli identificativi persistenti, signori, abbiamo due documenti. Questo non è più oggetto di biblioteconomia? (Hint: sì).

E perché non farlo in biblioteca? Se io posso accedere ai documenti, e se ho una sala di lettura per poterli consultare, perché non posso avere una sala di discussione per parlarne con i miei compagni-colleghi-amici? Davvero stiamo parlando ancora del “silenzio in biblioteca”? A Oslo le biblioteche universitarie erano rumorosi luoghi di dialogo e discussione, e c’erano stanzette insonorizzate per lo studio individuale o per il lavoro di gruppo. E le biblioteche digitali non sono biblioteche silenziose.

Insomma la domanda con cui ribattere a Ridi è molto semplice: perché no? Perché questo “non può” essere? Dalla sua posizione sembra emergere la difesa di uno stato delle cose, ma di cosa esattamente? E in nome di cosa? Di quale vantaggio, di quale ritorno (scientifico, economico, educativo, culturale)?

3. Teoria e Pratica

L’ultimo intervento è di Maurizio Vivarelli, docente a Torino, che commenta quello che io ho chiamato “il primato della pratica sulla teoria”. Dice: “Facciamo attenzione a non sottovalutare l’importanza della teoria. Se rinunciamo all’analisi e allo studio della complessità perdiamo tantissimo. La nostra teoria ha le radici in centinaia di anni di discorsi, non dobbiamo correre il rischio di perderla, di ‘buttare il bambino insieme all’acqua sporca’”.

Sono molto d’accordo con le sue parole, e le ho ascoltate facendo ampi cenni di assenso con la testa. Confermo la necessità di una base teorica. Confermo che questo fondamento in Lankes emerge poco. Personalmente però insisto sul fatto che la professione del bibliotecario è – alla fine di tutto – una professione pratica, che si misura nella pratica, e a questo faccio riferimento quando parlo di “primato”.

4. Informazione e conoscenza (Finale)

Chiudo con la bella riflessione fatta da Andrea Zanni in risposta a Ridi. (Le parole sono di Andrea, i grassetti sono miei).

È sempre bene ricordare la differenza fra la parola “conoscenza” e la parola “informazione”, cioè che la conoscenza è qualcosa di umano, di interno al cervello, di personale. L’informazione è fuori da te, la conoscenza dentro. Senza entrare nell’annoso ed eterno dibattito, possiamo dunque distinguere “accesso all’informazione” e “accesso alla conoscenza” in questo senso.

I libri sono fatti per essere usati, dice Ranganathan. Una biblioteca enorme e curatissima e perfettamente catalogata è inutile senza i suoi utenti. È anche inutile se ha utenti che non possono accedere ai libri, se non capiscono cosa c’è scritto dentro, se non imparano cose da quei libri. Per questo è fondamentale capire che i bibliotecari possono anche mettere ordine all’Universo (che altri chiama la biblioteca) ma senza i lettori sarà un universo vuoto e, appunto, vano.

Lankes parte da qui. Vede nella costruzione della conoscenza personale da parte dell’utente (o, meglio, il membro della comunità) il vero e principale obiettivo del bibliotecario, visto dunque come “facilitatore” di questa costruzione.

Il Manifesto IFLA/UNESCO delle biblioteche pubbliche 1994 recita:

“La libertà, il benessere e lo sviluppo della società e degli individui sono valori umani fondamentali. Essi potranno essere raggiunti solo attraverso la capacità di cittadini ben informati di esercitare i loro diritti democratici e di giocare un ruolo attivo nella società. La partecipazione costruttiva e lo sviluppo della democrazia dipendono da un’istruzione soddisfacente, così come da un accesso libero e senza limitazioni alla conoscenza, al pensiero, alla cultura e all’informazione.”

In un certo senso, i bibliotecari, da decenni, si sono persi in una sineddoche, hanno scambiato il mezzo per il fine. Il catalogo, la collezione è il mezzo. La persona il fine. Il catalogo e la collezione e la biblioteca sono inutili se non sono capiti, se gli utenti finali non sono al livello giusto per poterli comprendere. Ecco dunque il senso del lavoro di Silvia con i disoccupati con la sua città, che non è per nulla diversa da ciò che fece Don Milani 60 anni fa: dare alle persone gli strumenti cognitivi per permettergli di accedere alla biblioteca come strumento finalmente fattivo e utile e concreto.

Possiamo quindi discutere per ore di novità, di missioni, di visione, di pratica e di teoria. Ma alla fine dei conti, dopo due anni di master come quando torno a casa dopo una giornata di lavoro, una cosa mi rimane dentro con lucida coscienza: una biblioteconomia che non tiene conto anche di questo, che non contempla la possibilità anche di questo, o addirittura che rigetta tutto questo, credo che sia poca cosa, e a me, personalmente, non interessa.

Alcune riflessioni sull’Atlante

2 pensieri su “Alcune riflessioni sull’Atlante

  1. Ciao Enrico, due cose al volo:

    1 – Grazie per la pazienza (esteso anche a tutti coloro che hanno contribuito a tradurre l’Atlante. Mi auguro che ben prima di ogni polemica, qualcuno, decani compresi, vi abbia almeno ringraziato). Non ho potuto venire al Salone quest’anno ma immaginavo che il vostro intervento avrebbe sollevato le solite polemiche (vedi Stelline). In fondo lo sapevate bene, ne sono certo.

    2 – Sbaglierò, ma le contrarietà e le perplessità di cui parli sono per me legate anche alle politiche accademiche (non solamente, ovvio, poi ci sono quelle ministeriali e istituzionali).
    Che vuol dire? Che l’università stessa (altro che biblioteche) è in primis responsabile, almeno da quando esistono i corsi specialistici in biblioteconomia, della formazione di persone che un giorno, fortuna loro, potrebbero trovarsi in una professione dove regna in fondo il caos istituzionale più assoluto. Per farla breve, visto che hai chiamato in causa Riccardo Ridi, diamoci un’occhiata al piano di studi del corso di laurea magistrale in “Storia e gestione del patrimonio archivistico e bibliografico” a Ca’ Foscari, Venezia (interateneo con Padova). E’ chiaro che l’orientamento generale, la filosofia accademico-educativa alla base, non è per nulla votata alla biblioteconomia come potrebbe intenderla Lankes. Sono mondi distanti (per non parlare dei testi proposti come riferimento nel corso di Storia delle biblioteche e della documentazione, forse un tantino datati). Domina ancora una cultura forte del manufatto (che va benissimo, forse però – vedi British Library – per le biblioteche di conservazione).
    Il master della Syracuse prevede corsi sul management e amministrazione e, tanto per fare un esempio se vogliamo parlare di “facilitatori” sul campo, sappiamo che il bibliotecario scolastico è una figura codificata e riconosciuta negli Stai Uniti e esiste un training specifico per questa categoria. Stiamo parlando di due mondi opposti. Usa e Italia. Con tutte le eccezioni del caso (vedi Parma).
    Quello che mi annoia davvero è questa ostinazione teoretica (visto che di conoscenza si parla) a voler criticare, ogni volta che si tira in ballo Lankes, alcuni presupposti generali dell’Atlante come se si trattasse di una battaglia esclusivamente accademica. Non lo è. E’ una cosa che ci riguarda tutti, biblioteche pubbliche di ente locale incluse. Quello che sospetto, alla fine, è un po’ il solito problema della paura di perdita di privilegi acquisiti di certi feudi accademici. Sbaglierò, chiaro. E’ una visione parziale e poi il mio commento era nato più per dirti: grazie.
    Anche perché non voglio per nulla entrare nel dibattito accademico. In fondo io non so niente, come Jon Snow…

    Marco Goldin
    @inmediaref

    1. Ciao Marco, grazie per le riflessioni!

      In primo luogo ti ringrazio anche a nome degli altri traduttori che insieme a me, come forse sai, hanno fatto un lavoro un po’ “invisibile” – non siamo citati se non in una nota dell’introduzione – insomma abbiamo lavorato per il piacere e l’interesse nella cosa (questa volta non possiamo nemmeno dire “per la gloria” :D )

      Poi ti ringrazio per avere colto un aspetto fondamentale: quello della “battaglia accademica”. In primis perché questa battaglia non è qualcosa che faccio io, tantomeno sul mio blog, ma è qualcosa che dovrebbero fare i professori. Io, come ho già raccontato al Salone, parlo del mio punto di vista, ma non sono un professore e non difendo nessuna scuola di pensiero. Mi dispiace per coloro che hanno assistito alla presentazione al Salone aspettandosi una presentazione formale, oggettiva o accademica, e sono rimasti delusi.

      Quello che sottolinei è proprio l’equivoco al fondo della polemica: qui si parla di “cose che riguardano tutti” – il principio è proprio l’invito a “pensare in grande”. Tutto il resto (collezioni sì/no, teoria sì/no, cataloghi sì/no, utenti sì/no) sono aspetti particolari (importanti, ma contingenti) che riguardano più il dito che la luna.

      Il nodo che chiude tutto sta nella tua osservazione sui programmi universitari italiani: più che soffermarsi a riflettere sulla loro utilità, non c’è davvero nient’altro da aggiungere.

      Grazie ancora

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