Presentazione dell’Atlante – il punto di vista del bibliotecario

Pubblico qui l’intervento che Silvia Franchini ha tenuto al Salone del Libro 2014 per la presentazione dell’edizione italiana dell’Atlante di David Lankes. Silvia lavora alla Biblioteca comunale di Albino (BG) – Sistema Bibliotecario Valle Seriana.

Sono una bibliotecaria pubblica e da anni mi occupo dello sviluppo delle collezioni, sia tradizionali che digitali, sia per la mia biblioteca che per il mio sistema bibliotecario.

Le riflessioni ed osservazioni che condividerò con voi oggi nascono dalla mia esperienza lavorativa in una biblioteca pubblica, una biblioteca che per sua natura serve una comunità estremamente variegata dal punto di vista demografico, una tipologia di biblioteca che spesso intercetta per prima i molteplici bisogni della sua comunità anche se non sempre riesce a dare risposte soddisfacenti.

Si tratta quindi di considerazioni che riflettono quel punto di vista.

Non ho intenzione di inserirmi nel dibattito accademico sulla scarsa scientificità o sulle eventuali lacune dell’impianto concettuale del volume di Lankes. Non ne ho le competenze e, sinceramente, nemmeno mi interessa. Quel che cercherò di raccontarvi è ciò che mi ha colpito, gli stimoli che ne ho ricavato, le idee in cui mi sono ritrovata, le conferme ad intuizioni che hanno preso forma grazie alla lettura dell’Atlas.

Prima ancora di leggere il suo libro, avevo conosciuto Lankes attraverso il suo blog e i video girati in occasione di convegni. Lankes non può lasciare indifferenti: è un oratore appassionato, coinvolgente, che osa pensare alla grande e vuole renderci partecipi della sua visione. Ed è questo che apprezzo particolarmente: la sua passione politica.

In un particolare momento della storia delle biblioteche come quello attuale, in cui tutto sembra remare contro, Lankes ci invita a sollevare lo sguardo e ad adottare una nuova prospettiva.

Lankes non scrive un manuale di biblioteconomia, una grammatica prescrittiva ad uso dei bibliotecari, ma un atlante. Ci propone una mappa, ci indica le coordinate per progettare il percorso della realizzazione della nostra mission di bibliotecari.

Lankes afferma proprio questo, la missione è dei bibliotecari e ce lo suggerisce sin dal titolo dove, nell’originale, non compare Information Science (biblioteconomia) ma Librarianship, termine che volutamente sottrae la missione all’istituzione affidandola al bibliotecario con le sue conoscenze e competenze.

In questo modo Lankes ci dice che quello della sopravvivenza delle biblioteche è un falso problema, sono le nostre competenze ad essere essenziali in una società che desidera migliorare e crescere e sta a noi favorire la produzione di conoscenza nella comunità (con gli strumenti e i servizi che riteniamo più opportuni).

Tutti abbiamo avuto modo di osservare le reazioni di noi bibliotecari di fronte ai cambiamenti.  Ci sentiamo minacciati e ci trinceriamo dentro i confini sicuri di ciò che abbiamo sempre fatto, che ha sempre funzionato. Un atteggiamento che però è controproducente.

Definire la nostra professione in base agli strumenti che utilizziamo e alle sue funzioni, anziché rispetto all’impatto e alla missione, come suggerisce Lankes, porta inevitabilmente a sentirci superati (è sufficiente l’introduzione di nuovi strumenti) e minacciati da chiunque faccia cose simili alle nostre (Google, Amazon) e che è quindi percepito come un pericoloso competitor.

Lankes invece  ci invita ad abbandonare il conservatorismo professionale che ci tiene legati agli strumenti (i libri, gli artifacts) e a ciò che facciamo e a ricordarci il perché lo facciamo. Se è vero che le nostre biblioteche sono piene di libri è altrettanto vero che esse non sono nate con lo scopo di collezionarli, ma hanno iniziato a raccoglierli, custodirli e renderli accessibili  per rispondere ai bisogni delle proprie comunità, senza le quali le biblioteche non avrebbero ragione di esistere.

Ma rendere l’informazione accessibile ora non è più sufficiente e Lankes ci chiede di essere proattivi, collaborativi, di essere agenti di cambiamento all’interno delle nostre comunità. Ci chiede di essere dei facilitatori (termine che non è riduttivo se lo si considera come una parte essenziale della missione più ampia di “migliorare la società facilitando la creazione di conoscenza nelle proprie comunità”), il ponte che consente il superamento dei gap che impediscono l’autorealizzazione dei membri della nostra comunità.  Ci chiede di non aspettare seduti dietro alla nostra postazione di reference  ma di lavorare attivamente al cambiamento.

E ci indica quattro azioni: fornire l’accesso, la formazione, un ambiente sicuro e incrementare la motivazione ad apprendere.

Non basta più fornire l’accesso all’informazione, l’accesso a collezioni di immagini, testi, materiali digitali o a stampa, ma serve anche garantire l’accesso alla conoscenze della comunità. Inoltre è necessario offrire formazione, fare in modo che vengano sviluppate quelle competenze informative che consentono di far uso dell’informazione stessa, in modo sicuro, e di farla propria, di sviluppare conoscenza. Ma anche offrire la possibilità di utilizzare la nuova conoscenza, di trasformarla in azione.

Della necessità di tutto questo mi sono resa conto personalmente quando a fine 2010, la nostra valle, a forte tradizione manifatturiera e caratterizzata dall’abbondanza di lavoro, ha risentito della globalizzazione dei mercati e della crisi economica: molte fabbriche hanno chiuso, un numero sempre crescente di operai ha conosciuto la disoccupazione.

La prima risposta della biblioteca è stata quella di selezionare e offrire materiale che potesse aiutare i disoccupati nella ricerca di lavoro, di allestire uno spazio apposito con pc per la consultazione delle risorse in rete e per la stesura dei cv, di promuovere adeguatamente il servizio.

Un servizio ineccepibile secondo i canoni biblioteconomici che però si limitava a rispondere a dei bisogni informativi, mentre il bisogno espresso da chi passava in biblioteca a chiedere aiuto era un bisogno più complesso.  Il bisogno di lavoro è strettamente legato ai bisogni primari, alla percezione del sé, della propria identità e del proprio ruolo sociale. Inoltre si trattava di persone over 45 con una bassa scolarizzazione e sprovviste degli strumenti per accedere a quell’informazione e per ricollocarsi.  Era quindi necessario non farli sentire abbandonati, creare una rete che li sostenesse, ma anche aiutarli ad acquisire quelle competenze e conoscenze per rimettersi in gioco in un mercato del lavoro dinamico.

Grazie ad una partnership con lo Sportello Lavoro locale e alla partecipazione attiva di un nostro utente che si occupa di formazione aziendale e che ha una buona conoscenza della realtà locale (tutti portatori di conoscenze e competenze complementari a quelle dei bibliotecari), abbiamo progettato un percorso in-formativo.  Gli iscritti hanno imparato ad individuare i propri obiettivi e le tecniche della ricerca attiva. Grazie alla presenza di un bibliotecario (un embedded librarian ) che li ha seguiti in tutto il percorso, hanno acquisito competenze informative di base. Hanno imparato ad identificare il loro bisogno informativo, ad individuare le fonti autorevoli, a localizzare le fonti e le informazioni pertinenti, ad estrarre ed utilizzare le informazioni. Soprattutto hanno riconosciuto che l’informazione è utile per la risoluzione dei problemi e per migliorarsi.

La promozione della lettura e del piacere di leggere, su cui le biblioteche da tempo investono le loro risorse, in questo caso non sarebbe stata di nessuna utilità.

Far leva sulla motivazione, sulla necessità e la voglia di cambiamento, offrire un contesto amichevole e non giudicante in cui apprendere, riconoscere legittimità a qualsiasi domanda o dubbio, ha permesso a queste persone di imparare e di mettere in pratica queste loro nuove conoscenze ottenendo dei primi risultati positivi. Anche lo scambio di esperienze e conoscenze all’interno del gruppo è stato fondamentale.

Alcuni di loro hanno pensato di creare una propria impresa e in questo caso l’aiuto è arrivato dalla comunità di utenti (la nostra collezione per dirla alla Lankes) e la biblioteca si è trasformata in una piattaforma di scambio di conoscenze.

Imprenditori, commercialisti, rappresentati di associazione di categoria si sono alternati per mettere a disposizione la loro esperienza e le loro conoscenze e consentire il cambiamento. Ed alcuni dei partecipanti hanno avviato una loro impresa.

Una cosa che ci fa notare Lankes è che, fra le argomentazioni utilizzate a sostegno dell’utilità e della necessità delle biblioteche, c’è quella dello stimolo economico, ragione per cui si dichiara che per ogni dollaro di investimento di una biblioteca c’è un ROI che va dai 3 ai 6 dollari o che le biblioteche generano lettori che saranno anche grandi acquirenti di libri. Tutto vero, ma favorire lo sviluppo di nuovi business attraverso l’empowerment delle persone non è forse un contributo più diretto ed efficace allo sviluppo economico dell’intera comunità e al suo miglioramento?

Il passo successivo del nostro progetto avrebbe potuto essere quello di offrire gli spazi e gli strumenti per l’avvio di queste imprese. Spazi e strumenti per passare dalla conoscenza all’azione, come è avvenuto nella Dallas Public Library dove il quinto piano è stato trasformato nella Business & Technology  Division; grazie a proiettori, pc, lavagne e scrivanie le persone, con l’aiuto di bibliotecari di “produzione”, non si limitano a ricevere informazioni sul mondo del lavoro, ma progettano e creano nuove imprese.  Un bellissimo esempio di embedded community, di comunità che trova spazi, strumenti, informazioni e fonti di ispirazioni in biblioteca oltre alle conoscenze e competenze dei bibliotecari.

La proposta di una biblioteca piattaforma, il cui core business sono le persone e non le collezioni e la cui missione è affidata ai bibliotecari, a me pare molto più interessante e in grado di rispondere alla complessità di quella delle biblioteche come piazze o luoghi terzi che va tanto di moda ed è basata su un generico bisogno di prossimità.

I luoghi terzi sono spazi la cui indeterminatezza (diversamente dagli spazi privati e lavorativi) consente di tessere nuove appartenenze, sono luoghi aperti all’interpretazione di chi le frequenta.

Le biblioteche pur essendo spazi aperti alla mescolanza sociale e quindi “luoghi terzi” hanno un’ambizione ben precisa (che non si può accontentare di divani accoglienti, mobili di design e ammiccamenti a gallerie d’arte, palestre ed enoteche).

La loro funzione è quella di facilitare l’accesso e lo sviluppo di conoscenza. Una funzione conoscitiva (è un po’ azzardato ma oserei anche dire cognitiva) che ne giustifica l’esistenza ma che nella società della conoscenza, fatta di reti complesse e in continua trasformazione non può più essere realizzata in maniera lineare come è avvenuto fino ad oggi.

Silvia Franchini, 2014

Presentazione dell’Atlante – il punto di vista del bibliotecario

Un pensiero su “Presentazione dell’Atlante – il punto di vista del bibliotecario

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>