Distrazioni

Delle tante cose che si dicono quando si parla di lettura in digitale, quella che mi dà più sui nervi è il concetto di “distrazione“. Ne parla anche Casati nel suo autorevole “Contro il colonialismo digitale” (*): lo spazio digitale non è uno spazio di lettura protetto, poiché la lettura digitale è minacciata da troppe distrazioni. Il nostro dispositivo può notificarci dell’arrivo di nuovi messaggi di posta, può invitarci a fare una pausa per giocare a Candy Crush, può tentarci con lo zapping su internet.

Trovo che questa sia una delle argomentazioni più povere nei discorsi sulla lettura digitale, e una delle sue critiche più sfocate.

Innanzitutto: le notifiche possono essere disattivate. Che roba la tecnologia, eh? Bastano due clic e il nostro dispositivo torna e muto e silenzioso come i bei libri di una volta (senza il loro caratteristico profumo di carta però).

Il fatto è che non ho bisogno di avere internet sul tablet per distrarmi dalla lettura. Ogni altra distrazione dell’ambiente circostante può disturbarmi. Se sono in casa o in ufficio, ecco che suona il telefono o il campanello. Se sono in metropolitana o in treno, ecco che vicino a me parte una suoneria a tutto volume, o due tizi si mettono a parlare fra loro a voce alta. Se sono al parco o in un prato, ecco che arriva un tamarro con la radiolina. E così via.

A salvarmi è solo la mia concentrazione. È solo la mia capacità di restare ancorato a quello che leggo indipendentemente dalle circostanze. Come per la disattivazione delle notifiche, è solo il mio comportamento che mi garantisce uno spazio di lettura confortevole.

La concentrazione però è ciò che mi permette di salvarmi anche dalla distrazione estrema: quella che viene dal libro stesso.

Ogni libro contiene troppe citazioni, troppe similutidini, troppi rimandi ipertestuali per riuscire a seguirlo senza interruzioni (**). Ricordo quando preparavo gli esami all’università, e ogni sessione di studio scatenava momenti di furore letterario: ogni verso di ogni autore mi ricordava un altro verso di un altro autore, e la mia mente si perdeva in un labirinto orizzontale di riferimenti che dovevo rincorrere, andandoli a sfogliare in preda all’orgasmo fra i cento libri sparsi sul tavolo.

Oggi me ne è successa un’altra. Al lavoro sto studiando “Knowledge Management in theory and practice” di K. Dalkir – una spessa edizione cartacea usata come manuale nelle università americane. A un certo punto mi imbatto nel principio detto “build it and they will come”. Non so quale sia l’origine scientifica o popolare di questa espressione, ma dalla mia mente non riesco a scacciare le parole di “Field of dreams“, il film con Kevin Costner che costruisce un campo da baseball perché glielo dicono le voci (“Se lo costruisci, lui tornerà” – vi ricordate?). Allora, non potendo riguardarmi il film lì per lì, corro su Wikipedia a rileggermi la trama e i dettagli della storia. Fra una cosa e l’altra, ritorno alla mia lettura diversi minuti dopo.

Capito? Non mi è arrivata una nuova email, non mi è squillato il telefono. Il libro di carta era lì, bianco e muto come sempre, ben impaginato e bene odorante. Ma le sue parole mi hanno distratto.

È solo la concentrazione del lettore che lo tiene incollato alla pagina. Non la natura del medium, né la qualità dell’opera. Anzi, spesso la ricchezza e la profondità del contenuto è potente al punto da scagliare il lettore al di fuori di esso, e mandarlo a naufragare – a volte irreparabilmente – per strani maelstrom bibliografici.

(*) Per il quale avevo preparato un lungo post di commento in cui esprimevo il mio totale non entusiasmo verso l’opera (che però è sicuramente meritevole). Non sono mai riuscito a completare l’articolo, ma la mia opinione su questo libro molto letto e molto commentato si può riassumere così: “meh”.

(**) Sì, questo è un pensiero per gli amici di TwoReads.

Distrazioni

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