Biscotti, literacy e biblioteche

I cookie, il web

Una legge europea, interpretata dal garante italiano con zelo bizantino, vuole che i siti internet informino esplicitamente gli utenti della presenza dei cookie. Vogliono, in parole povere, che dichiarino l’ovvio.

Questa legge, lo hanno detto in molti, è sciocca. E’ beyond common sense. Non mi interessa commentarla, ma voglio usarla come spunto per un discorso particolare.

Una simile legge è la conferma che la maggior parte delle persone (ahimè, politici in primis) continua a vedere il mondo del web come il vecchio mondo della comunicazione e della pubblicazione: un noi contro loro – da una parte i produttori di conoscenza e informazione, gli editori, gli autori, i giornali, dall’altra i cittadini “normali”, i lettori, i consumatori.

Il web questa cosa l’ha distrutta. Lo ha fatto 25 anni fa e lo ha fatto per design: il web è stato creato per connettere nodi diversi che possono avere tutti la stessa autorità, per comunicare agilmente in maniera *anche* orizzontale.

Se da un lato è legittimo che chiunque usi internet ne conosca il funzionamento e ne rispetti le regole (così come chi guida ha una patente) è anche vero che le prescrizioni (e le multe!) vanno commisurate alla realtà dei fatti. Trattare un colosso commerciale come Facebook alla stregua del blog di Zia Luisa dedicato alla storia del ricamo nel Seicento a Chieri (sto inventando, più o meno) è fuori da ogni logica. Caricare “un sito web” di oneri e obblighi non significa “salvaguardare i cittadini”, ma complicarne una normale modalità d’espressione.

Le biblioteche

L’erosione della distinzione fra “autori” e “lettori” tocca anche le biblioteche. Da centri di raccolta e diffusione della conoscenza sono diventati, grazie a quel livellamente globale creato dalla rivoluzione web, uno dei tanti nodi dell’informazione – uno dei più importanti, ma lungi dall’essere uno dei più visibili o più frequentati.

Le biblioteche hanno la possibilità di sfruttare una carta che è sempre stata poco valorizzata, ovvero quello di diventare centri di produzione informativa e non solo di raccolta.

Una biblioteca può produrre conoscenza, non limitarsi a organizzarla. Può farlo se vuole, ovviamente. Se ne ha le capacità. Soprattutto può farlo non dall’oggi al domani, perché va di moda, ma attraverso una progettualità, un obiettivo. Un design delle sue funzioni.

Una biblioteca può raccogliere persone che producono conoscenza. Può essere una piattaforma - di scrittura, di elaborazione dati, di comunicazione. Gli spazi di co-working sono a mio avviso un destino naturale delle biblioteche di pubblica lettura. Alla NYPL aiutano gli studenti con i compiti di scuola.

Una biblioteca può essere un centro di dialogo, uno snodo informativo, per tutti quelli che vogliono comunicare e fare informazione: dallo scrittore in erba, al giornalista che si documenta su un pezzo, al blogger. Può diventare una *scuola* in cui si impara a fare informazione.

La literacy

Insomma, ritorniamo a una cosa che abbiamo detto mille volte. La biblioteca, se vuole (se lo vogliono i suoi amministratori ottuagenari) può diventare un centro di literacy. Nella biblioteca si dovrebbe poter imparare a usare l’informazione. E oggi fare informazione significa anche questo: sapere come funziona internet, e cosa sono i cookie.

Cosa c’entrano quindi le biblioteche con i cookie, la tecnologia con la conoscenza?

Lo ha detto bene Edward Snowden:

But we need to think of it in terms of literacy, because technology is a new system of communication, it’s a new set of symbols that people have to intuitively understand. It’s like something that you learn, … just like how you learn to write letters in school. You’ve learned to use computers and how they interact, how they communicate.

E di qui la necessità di avere una politica adeguata e capace, o perlomeno che sappia rivolgersi alle competenze giuste:

And technical literacy in our society is a rare and precious resource. This is why so many IT consultants who basically just fix printers make very good salaries, because not everybody knows this stuff. And we need this in government, we need advocates, we need specialists, we need experts, [who] work in the service of these senior civil servants and so on, and they can aid and explain and interpret in the same way [as a] foreign language interpreter.

Insomma, i politici dovrebbero legiferare su quello che conoscono, o perlomeno rivolgersi a chi certe cose le conosce.

Di Pietro fa quello che sa.

Lo ha detto davvero.

 

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