La valorizzazione delle collezioni delle biblioteche nell’era digitale: seminario Cenfor alle Stelline

L’11 marzo 2010 al convegno delle Stelline si è tenuto il seminario Cenfor sui Next-Generation Opac. Sul sito, oltre al programma, dovrebbero presto comparire le presentazioni della giornata.

Si è parlato di rinnovamento degli Opac, dell’integrazione con il web, e del nuovo hype dell’”arricchimento degli Opac”  e dei discovery tool. Condivido qui gli appunti della giornata.

M.J. Crowley (Università di Roma Sapienza), coordinatrice della giornata, apre con una breve panoramica introduttiva sull’evoluzione degli opac fino alle nuove sfide di oggi. Affronta il discorso nell’ottica della cultura di mercato: occorre andare verso gli utenti, in un momento in cui i cataloghi stanno perdendo terreno nei confronti di altri strumenti web (da Amazon a Google).

Valdo Pasqui, informatico dell’Università di Firenze, affronta i modelli tecnologici e i paradigmi nella loro evoluzione. Cita 3 rapporti:

1) Gartner 2009: Gartner, azienda che si occupa di analisi di mercato delle tendenze tecnologiche, predispone una “top 10″ delle strategie necessarie per lo sviluppo. Fra queste sottolinea il Social computing, le applicazioni per il Mobile, il Cloud Computing. Le risorse devono essere in rete, condivise, flessibili, scalabili, e vanno applicati modelli di pagamento legati all’uso.

2) Educause learning initiative: il rapporto del 2010 prevede che le tecnologie Mobile e OpenContent verranno adottate entro un anno, mentre gli ebook verranno adottati nell’arco di 2-3 anni.

3) JISC & SCONUL LMS Study Project report 2008: delinea 3 principi-guida: Expose, Reuse, Partecipate.

Questi nuovi modelli implicano che le collezioni delle biblioteche devono essere più integrate nel web, e non solo essere presenti all’interno della singola istituzione. L’integrazione deve avvenire nelle interfacce, nell’infrastruttura, nella gestione delle identità. Le parole d’ordine sono: multimediale, mobile, multicanale, standard non esclusivi, semantic web.

Sul finire cita il protocollo SWS (Search Web Services) prodotto dalla Oasis, un protocollo astratto che comprende un’evoluzione dei protocolli bibliotecari. Cita il linguaggio CQL (Context query language) sottolineando l’importanza della contestualità. Occorre passare da una ricerca testuale (booleana, i termini di ricerca o sono trovati esatti o non sono trovati) a una ricerca contestuale (semantica e ordinata in base a ranking più sofisticati). Le infrastrutture devono passare da interne (in-house, si fa tutto in casa propria) a condivise e partecipate (cloud).

Interviene con una precisazione Zeno Tajoli (cilea), che ricorda come il modello “cloud”  non è per nulla banale come la letteratura sembra fare intendere. Occorre conoscere molto bene i costi delle infrastrutture, i consumi: non si tratta banalmente di “esternalizzare”, “condividere” e partecipare, ma occorre saperlo fare, e saperlo progettare con attenzione.

Piero Cavaleri (biblioteca Rostoni della LIUC) si presenta al contrario di Pasqui come un bibliotecario e non come un informatico. Il punto di vista del suo discorso che tocca spesso aspetti ed esperienze personali è quello di chi lavora in biblioteca insieme agli utenti della biblioteca.

Secondo Cavaleri i “paradigmi” di cui tanto si parla non sono che mode, etichette utili alle aziende di analisi per “vendere” i loro servizi: ma al di là della superficie la sostanza delle biblioteche e della loro funzione non cambia. Il catalogo, che esiste da 150 anni, va visto in un’ottica di continuità.

Cavaleri, in un discorso purtroppo molto disorganico, involuto e spesso contraddittorio, afferma cose molto interessanti e importanti. Prima di tutte, il fatto che l’Opac dipende dalla biblioteca, non dalla tecnologia. La tecnologia cambia la faccia del servizio, ma a cambiare, se vogliamo che ci sia davvero un cambiamento, deve essere la biblioteca. La biblioteca deve cambiare ruolo: non solo più selezione, acquisizione e messa a disposizione delle risorse, ma supporto e formazione dell’utenza. La biblioteca non deve investire in risorse, ma nelle persone: nelle conoscenze, nell’esperienza, nella specializzazione.

A proposito dei Discovery Tool, sottolinea una differenza significativa: rispondendo a un modello rivolto a tutti gli utenti, non solo a quelli della propria istituzione, essi sono uno strumento di scoperta (discovery) e non di ricerca. Questa affermazione è argomentata in modo discutibile, ma fa riflettere. I Discovery Tool non sono sostituti degli opac, perché nel loro modello l’opac è del tutto superato. In teoria non c’è bisogno di alimentarlo, perché i dati esistono già in giro e bisogna solo reperirli. La biblioteca non dovrà più descrivere le risorse, ma semplicemente svolgere una funzione gestionale, di collegamento dei propri servizi ai dati. In questo mi trova d’accordo con quanto sostengo da tempo: la catalogazione non può più essere una pratica centrale ed esclusiva della biblioteca: i valori aggiunti andranno negli strumenti e nei servizi che la biblioteca costruisce intorno a questi dati. Ad es. compito del bibliotecario sarà ancora la selezione, l’acquisto delle risorse, l’offerta di queste all’utente. 

Andrea Marchitelli (cilea) affronta dall’alto il concetto di “arricchimento” dell’opac, ruotando intorno alla figura dell’utente. Sottolinea come esista una differenza di percezione dei servizi bibliotecari da parte dei bibliotecari e degli utenti (citando il rapporto 2009 dell’OCLC). Le biblioteche continuano a parlare solo fra di loro: nessuno usa i dati prodotti (talvolta con eccellente qualità) dalle biblioteche. Gli stessi dati delle biblioteche non vengono percepiti come dati significativi: gli utenti rispondono ai questionari dicendo cose come “vogliamo dai cataloghi informazioni semantiche”, eppure le informazioni semantiche esistono: (soggetti e classificazioni), ma non sono viste. Forse perché non sono fatti nel linguaggio dell’utente.

Questo è un enorme spreco di risorse, e avviene anche per le tecnologie: un protocollo come Z39.50 non è usato al di fuori del mondo bibliotecario.
Anziché fare tante cose, le biblioteche dovrebbero iniziare a fare poche cose su cui possono offrire un alto valore aggiunto. Come ricordava Cavaleri, non esisterà mai un algoritmo di ricerca abbastanza efficiente da fare concorrenza a Google, quindi è inutile tentare di rincorrere obiettivi su cui saremo sempre in svantaggio.
Le biblioteche devono stare all’interno del Web, ma starci “da bibliotecari”, senza rinunciare ai valori aggiunti che possono portare: FRBR, ICP (principi di catalogazione che dovrebbero superare quelli di Parigi), gli Open-Data.

Nel momento in cui andiamo in rete, entriamo in un mondo più ampio della biblioteca, e gli utenti a cui ci rivolgiamo smettono di essere gli utenti della biblioteca: non sappiamo più chi sono gli utenti a cui ci rivolgiamo, e l’utente tipo non esiste più.

Questo ultimo punto mi lascia perplesso, perché sottointende una rinuncia alla formazione dell’utente. Ragionando così noi abdichiamo alla nostra funzione di educazione degli utenti. In realtà le istituzioni sanno molto bene (devono saperlo) quali sono i propri “utenti tipo”: in un’università sono in primo luogo gli studenti e i ricercatori. Pensare alla “biblioteca che entra nel web” sembra sottoindere una rinuncia a prendersi cura degli utenti: la biblioteca va nel web, e da lì in avanti quello che succede non sono più affari nostri.

Su questi temi si apre il dibattito, condotto con entusiasmo e passione da Paola Gargiulo (caspur).
Il discorso si sposta sull’utente, e sul ruolo dei bibliotecari nella formazione.

La Gargiulo riassume così i punti salienti del discorso:

1) il contesto è (e deve essere) utente-centrico.
2) la biblioteca deve essere “diffusa“. Nel mondo del web la biblioteca soffre di una crisi di identità. Può superarla imparando che il suo nuovo posto è all’interno del web.
3) la parola chiave è “esternalizzazione“: dei dati, delle infrastrutture. La biblioteca non deve più trattare dei dati solo per sé, ma deve appoggiarsi a quello che già esiste, e integrarsi con servizi e strutture altre. 

Cavaleri precisa che la tecnologia deve essere vista in maniera “neutrale”: essa non migliora il servizio in sé, né lo rende obsoleto. La biblioteca deve offrire il suo valore aggiunto non con i servizi tecnologici, ma con la formazione. Le risorse e il loro utilizzo vanno spiegati alle persone.
Marchitelli approva, ricordando come in Italia il bibliotecario non è mai stato un bibliotecario di reference: qui sta la grande carenza. Pasqui cita esempi di grave carenza educativa da parte di studenti.

La conclusione è che bisogna puntare su corsi di Information Literacy. Cavaleri ancora sottolinea che i bibliotecari devono essere autorevoli, essere positivi e attivi: non solo con l’offerta, ma con lo stimolo. E soprattutto devono essere mobili, esser fuori dagli uffici, fare front-office e smetterla con il backoffice.

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