Abdicare alla formazione
Negli ultimi anni, da quando è stato fatto notare che “gli opac fanno schifo“, alcuni concetti si sono posti come cardine del rinnovamento necessario: gli opac devono essere meglio integrati con il web, destinati a un’utenza non specialista, modellati sulla semplicità dei motori di ricerca (cioè di Google, non prendiamoci in giro: la metonomia si è affermata, come per l’aspirina).
Tuttavia il dibattito, specie quando è condotto su un piano astratto e generico, di “principi” o di “paradigmi“, finisce sempre con l’essere sterilmente fumoso, e si arena sulle solite amare conclusioni: stiamo perdendo gli utenti perché non parliamo più la loro lingua, e i nostri servizi vengono soppiantati dagli strumenti generici del web; il mondo del web apre a un’utenza completamente nuova (”non sappiamo più chi sono i nostri utenti“, ho sentito dire); le biblioteche soffrono di una crisi di identità. E per concludere con il peggio, ci si aggrappa alla domanda fatale: quali strumenti possono risolvere il nostro problema?
E’ evidente l’equivoco di fondo; e mi sorge una perplessità.
Questi atteggiamenti un po’ ansiosi sembrano sottoindendere una resa. Un’abdicazione all’impegno della formazione e dell’educazione. Ci si dimentica che ogni strumento, anche il più complesso, può essere insegnato, e che il compito di chi ha una responsabilità tecnica è quello di offrire la propria esperienza al profano, soprattutto quando questo è il destinatario del servizio.
A distanza di anni, insisto a dire che la domanda dell’utente non è cambiata. E’ cambiato il contesto in cui questa domanda sorge, e sono cambiati gli strumenti con cui possiamo fornire la risposta. Sono cambiati i linguaggi, senz’altro. Ma se fosse anche vero che gli utenti sono cambiati, non possiamo sederci a constatare che “non sappiamo più chi siano i nostri utenti”. Se siamo un’università, saranno studenti e ricercatori universitari. Semplice.
E’ vero che “gli opac fanno schifo”, ma per abbracciare questa dichiarazione manifesto, dobbiamo capire perché. Se gli utenti non usano i nostri strumenti, non è solo perché sono difficili. E’ perché nessuno glieli spiega.
Perché per qualche motivo oscuro, ci si illude che nel terzo millennio chiunque “nasca imparato”, e visto che sa usare Facebook sa usare anche un Opac (e magari un motore di metaricerca, o un gestore di citazioni, perché no), e di conseguenza il problema non può che essere nel software, che “è complicato”.
Perché anziché analizzare il comportamento dei propri utenti, quelli veri fatti di carne e curiosità, perplessi e disorientati che vediamo ogni giorno, ci limitiamo a citare i report anglosassoni, come se i contesti fossero tutti uguali e risultati trasferibili (ahimè, un peccato di cui mi sono macchiato anch’io).
Perché in Italia – non so perché – il bibliotecario è sempre stato un catalogatore, isolato nel suo ufficio e ben felice di esserlo, ignorando quasi completamente gli utenti, secondo un vecchio pregiudizio per cui il libro è più prezioso del suo lettore, e il lettore è un parassita distruttivo che minaccia l’integrità del nostro Patrimonio.
Perché il reference, che dovrebbe costituire il vero dialogo fra biblioteca e utente, è quasi sempre affidato a personale che nel migliore dei casi è precario e discriminato (poco formato, poco supportato) e nel peggiore non è qualificato (tanto “a prendere i libri sono capaci tutti”).
Io ho avuto fortuna, e durante i miei studi universitari ho sempre incontrato bibliotecari di reference che mi hanno insegnato il linguaggio della biblioteca: mi hanno insegnato a usare i cataloghi e gli Opac (quando ancora erano distinti
), mi hanno spiegato cosa sono le banche dati, come muovermi nella sala di consultazione, che cos’è un soggetto. Ma questo deve fare il bibliotecario. Soprattutto oggi che l’offerta dell’informazione è tanto più varia e ricca e confusa, e che gli strumenti bibliotecari – è vero – sono nel web, e che le biblioteche sono ormai uno dei punti informativi all’interno della rete, non più l’unico né il principale (come abbiamo già detto).
Ci si culla dentro l’utopia di software che fanno tutto, che siano facili, immediati, costruiti intorno a te, ma niente e nessuno potrà sostituire l’intermediazione umana dell’esperto. La squalificazione della professione avviene anche in questo, ignorando che è su questo slancio di comunicazione e didattica che bisogna investire per valorizzare la specifica professionalità del bibliotecario come “esperto dell’informazione“.
Postilla.
Questa resa si manifesta anche nell’ambito linguistico: ci si lamenta che i cataloghi non usano “il linguaggio dell’utente”, e per rinnovarli si cerca di bandire ogni bibliotechese. Questa è cosa buona giusta, ma ha dei limiti che restano invalicabili: io non lo conosco un modo più semplice per indicare una “collocazione” o un “periodico”. Sarebbe come se agli iscritti di un corso di filosofia si risparmiassero i termini “tecnici” (epistemologia, ermeneutica, trascendenza, ontologia, ecc.) perché gli studenti rischiano di esserne traumatizzati. Anziché tradurre l’intraducibile, credo che lo sforzo più fruttuoso sia quello di insegnare il linguaggio. Spiegare le interfacce, anziché ribattezzarle.
