Wayback, and fly high

Momento di intimità.

Curiosando in giro per internet, mi è capitato di fare un salto sull’Internet Archive, il sito che conserva collezioni digitali – immagini, testi, video – per la futura memoria. La sua funzione più eclatante è forse l’archiviazione del Web: oltre 150 miliardi di pagine sono state raccolte e salvate a partire dal 1996, e grazie alla Wayback Machine sono raggiungibili e consultabili i contenuti di migliaia di siti internet ormai scomparsi, abbandonati, cancellati.

Preso da uno di quei momenti di nostalgia che ti fanno salire in soffitta a riaprire gli scatoloni, sono andato a cercare le pagine del mio primo sito web, creato per ospitare poesie e dibattiti letterari ai tempi dell’università. Con un po’ di emozione, ho recuperato un testo che pensavo non esistesse più.

Si tratta della traduzione del brano delle Metamorfosi di Ovidio che parla del volo di Icaro. L’avevo scritta per un mio amico attore, in vista di uno spettacolo che poi non abbiamo mai realizzato.

Avevo lavorato molto su quei versi, cesellando e rifinendo, e ancora oggi mi ritengo molto soddisfatto del risultato ottenuto. Allora, visto che sono tornati alla luce, non avendo di meglio da fare, li ripropongo qua.

Ovidio, Metamorfosi VIII,155-235

Ordina il re di rimuovere l’onta
del letto, il talamo invaso dal toro,
e rinchiudere il mostro in una casa
cieca di camere e continui corridoi.

Dedalo, il talento più grande, il miglior fabbro
erige l’opera: turba le regole e i punti di vista
conduce all’errore, fa perdere i sensi
dietro al delirio di oscuri percorsi.

Così come in Frigia il fiume Meandro
gioca fra le onde, scorre e trascorre,
risale e ritrova le correnti che scendono
e adesso alla fonte, adesso alla foce conduce

le acque stordite Dedalo confonde
e annoda innumerevoli strade a tal punto
che a stento lui stesso poté ritrovare
la soglia: tanto ingannevole è l’opera.

Intanto Dedalo prese ad odiare
il lungo esilio e Creta e fu toccato
dall’amore del suolo natale,
la nostalgia per la terra di casa.

Ma il mare lo murava prigioniero.
“Mi rinchiudano pure le onde” diceva
“il cielo è Aperto. Andremo di là. Minosse
è re della terra, ma l’aria non è sua.”

Parlò così, e in arti sconosciute
getta l’anima e rinnova la natura.

Dispone delle piume in ordine crescente
come le canne di una rustica siringa,
le lega insieme con il filo e con la cera
le salda e le flette imitando gli uccelli.

Icaro intanto, prigioniero con lui,
ignaro di stare toccando il suo destino

tutto ridendo rincorreva le piume
che il vento perdeva e premeva la cera
con le dita, e con i suoi scherzi impacciava
giocando il mirabile lavoro del padre.

Dopo che l’opera fu completata
l’artista imbracciò le due ali e con esse
librò il proprio corpo a due piedi da terra
come appendendosi all’aria commossa.

Dedalo allora scrutò dentro il volto di Icaro
e lo volle istruire dicendo: “Ti avverto,
vola a mezz’aria: se vai troppo in basso
il mare ti può appesantire le piume

se ti alzi troppo il sole ti brucerà.
Vola a metà fra un pericolo e l’altro
e non stare a guardare le costellazioni:
segui la via per la quale io ti guido.”

Così dicendo lo guardava in viso:
le sue guance si rigarono di pianto
e la mano del padre tremò. Diede al figlio
l’ultimo bacio che mai gli darà. Poi spiccò il balzo.

Per primo volò Dedalo, pieno di paura
per il compagno, e volava davanti
come un uccello che spinge dal nido
la tenera prole nell’aria insicura.

E avevano Giunonia e Samo a sinistra,
dietro alle spalle Delo e Paro e a destra
Lebìnto e Calìmne ricca di miele
quando il ragazzo abbandonò la guida

e volò dove voleva: desiderava il cielo,
salì sempre più in alto. Dalla terra

un contadino chino sull’aratro
lo vide e sbalordì per come quello
fosse capace di afferrare l’etere
e stupefatto credeva ch’era un dio;
un pastore appoggiato al suo bastone
si stupì vedendo un giovane in grado
di impugnare gli spazi: gli sembrò
di assistere al passaggio di un dio;
un pescatore alle prese con le lenze
alzò lo sguardo e ne restò accecato:
Icaro si stagliava contro il sole
e veramente somigliava a un dio.

Ma quando giunse a due dita dal sole
la cera che saldava braccia e ali
non resse più e si sciolse. Icaro cadde
solcando il cielo, invocando suo padre
e il suo grido precipitò con lui
nel mare che di lui ripete il nome.

E il padre infelice, ormai non più padre
“Figlio” diceva “dove sei?” finché non vide
le piume a mollo nell’acqua commossa.
Consacrò la sua arte. Raccolse dall’acqua
il corpo di Icaro e lo seppellì
nella terra che da lui prese il nome.

Postilla – alcune letture / visioni parallele.

Il mito di Icaro, all’epoca, era molto presente nel mio immaginario. Ad alimentarne il fuoco c’erano tante suggestioni, citazioni, riferimenti. Due canzoni in particolare mi suonavano nella testa, generando emozioni diverse ma intense.

La prima era di Francesco Camattini, un cantautore molto bravo regalatomi da una tenera amica. La sua canzone “Icaro parla a suo padre del volo” è davvero commovente.

La seconda, tanto per restare sul classico, è Flight of Icarus degli Iron Maiden.

E canticchiando nella mia testa, richiudo gli scatoloni e scendo dalla soffitta, un po’ triste e un po’ alleggerito.

Wayback, and fly high

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>