La biblioteca pervasiva

Durante le discussioni-esercitazioni accese nelle lezioni di Carol Kuhlthau, parlando di Information Seeking Practice e di Information Literacy, si sono accumulate nella mia mente nuove riflessioni relative ai mutamenti richiesti dal ruolo delle biblioteche. Tema logoro e irrisolto, lo so: che cosa significa fare literacy in un mondo digitale, come evitare che la biblioteca fisica si dissolva nel digitale, facendo scomparire investimenti e professioni, come far sì che gli esperti dell’informazione (o i mediatori dell’informazione, chiamiamoli bibliotecari) non vengano dimenticati dagli utenti dell’informazione.

Ho spesso ripetuto che la chiave di salvezza è la formazione, l’information literacy. Che la biblioteca deve rimanere il luogo in cui magari non si accede più fisicamente alle risorse, ma in cui si deve poter ricevere un supporto e una mediazione utile e formativa. Ho sempre identificato questa funzione con il bancone del reference, forse in maniera più simbolica che reale, inteso come un baluardo di esperti, un punto di riferimento, posto al centro del cono di luce dell’atrio circolare di un’utopica biblioteca.

Helsinki National Library

Helsinki National Library

Ma quello che mi è venuto in mente è che forse occorre andare oltre il bancone del reference, scavalcarlo. Nella discussione in classe, anche Live – così come Jakaria tempo prima – riflette che la biblioteca sarà digitale, ma il bibliotecario può ancora continuare a essere fisico. E se le collezioni non sono più fisiche ma la mediazione può continuare a esserlo, allora non è detto che il biblitecario debba stare dietro un bancone, o in un ufficio, ma può muoversi liberamente in mezzo agli utenti. Allora mettiamo un bibliotecario in ogni angolo del nostro sistema, addosso ai ricercatori, in mezzo agli studenti come un angelo custode, e lasciamo che sia lui a condurli attraveso le risorse. Trasformiamo i bibliotecari in consulenti itineranti, che fissano appuntamenti con i ricercatori, che intervengono nelle lezioni, che visitano i laboratori e gli uffici e le aule.

Una cosa secondo me molto grave che notiamo di continuo è la discrepanza fra ciò che gli utenti usano (le risorse, i servizi “immediati”) e ciò che gli utenti sanno (chi fornisce risorse e servizi, e a quale prezzo). Il contesto della biblioteca digitale è invisibile, trasparente. Se questo può fare piacere ai sostenitori dell’usabilità, che vedono saltare le mediazioni in favore di un approccio più seamless nella ricerca, si rivela un grande problema per l’immagine della biblioteca, e del suo ruolo strategico: gli utenti non sanno che esiste una biblioteca dietro il servizio che usano. Non sanno che esiste uno staff che cura e predispone quelle collezioni; non sanno che esiste un’amministrazione che paga – salato – per quelle risorse; non sanno che ci sono scelte, dinamiche, politiche e conseguenze dietro quello che appare semplicemente come un pulsante magico – “accedi alla risorsa” – che fino a pochi momenti prima non era lì ma non ci abbiamo fatto caso.

Non lo sanno perché tutto è già presente nel loro computer. Ma che queste cose si sappiano secondo me è fondamentale. Quindi occorre fare tanto marketing, “dire la verità” e indicare che cosa è veramente la biblioteca, che la biblioteca anche se digitale e remota e accessibile significa struttura, e staff, e soldi, e supporto. Significa presenza. Una presenza non più legata all’edificio, e alla sua sala di consultazione, e al suo catalogo, ma resa manifesta dalla persona fisica e dalla sua relazione con l’utente. Una presenza fluida, flessibile e pervasiva. Non sto negando che il supporto e l’interazione possano avvenire digitalmente (tramite i servizi di interazione digitale, i social network, il cosiddetto 2.0, ecc.), ma voglio sottolineare che questa attività è condotta da persone, da nomi e da facce.

Poi certo la biblioteca come luogo fisico è fondamentale se non altro per il significato psicologico che comporta – fisico sociale percettivo culturale ambientale, punto di riferimento anche iconico – ma trasformiamo la biblioteca in qualcosa di presente. Se nell’era dell’accesso andare in biblioteca non serve più, può essere ancora utile fare sì che siano i bibliotecari a muoversi e spostarsi per andare dove ci sono gli utenti, con un portatile sottobraccio, e spiegare queste cose. In questo modo la biblioteca si manifesta dovunque, lì dove c’è l’esperto che la introduce.

Questo tra l’altro si concilia con alcuni punti del recente e discusso post di Seth Godin sul futuro delle biblioteche: l’evoluzione della biblioteca non passa più dalla biblioteca, ma dal bibliotecario, che la anima, la fa vivere, la traduce nella lingua del lettore.

La biblioteca pervasiva

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