Report OCLC 2009: Online Catalogs: what Users and Librarians want

A Marzo 2009 è stato pubblicato il rapporto OCLC dedicato alle aspettative e necessità degli utenti e dei bibliotecari nei confronti dei cataloghi online. A una lettura dettagliata del rapporto e a un suo commento ha dedicato 3 post Virginia Gentilini.

Il report è di straordinaria utilità, non fosse altro che per le conclusioni riassunte all’inizio e alla fine, che conviene riportare per la loro lampante importanza (la traduzione è mia ed è molto libera):

1. La disponibilità di un documento è altrettanto importante, se non più importante della scoperta del documento (i.e.: il reperimento della scheda bibliografica). Gli utenti si aspettano un flusso continuo dal reperimento alla distribuzione. Vogliono sapere se il documento è disponibile, e come ottenerlo. Per i materiali online, gli utenti vogliono link diretti all’oggetto, o una via facile per l’accesso al contenuto online.

2. Elementi informativi ulteriori rispetto a titolo-autore, come sommari, estratti, indici, sono aspetti essenziali nell’esperienza di ricerca di un utente. Gli utenti si aspettano dal catalogo informazioni integrative quali sommari, abstract, indici, e fanno molto affidamento su questi dati.

3. Benché la ricerca per parole chiave sia dominante, funzioni di ricerca avanzata e navigazione a faccette aiutano gli utenti a raffinare le ricerche e a navigare fra i risultati.

4. I risultati della ricerca devono essere presentati in ordine di rilevanza. Gli utenti vogliono che il catalogo restituisca quello che si aspettano.

5. Esistono importanti differenze fra utenti e bibliotecari nelle priorità che vengono date riguardo la qualità dei dati. Emerge un divario fra due tradizioni di organizzazione delle informazioni: il punto di vista dei bibliotecari deriva dalla teoria biblioteconomica, quello degli utenti deriva dalle aspettative generate dall’esperienza della fruizione dell’informazione nel web.

In seguito a un piccolo scambio di commenti dal blog di Virginia, esprimo alcune riflessioni partendo dall’ultimo dei punti citati.

E’ sempre controverso e dibattuto il rapporto fra biblioteche e mondo web, in particolare per quanto riguarda l’uso delle risorse informative on-line e il problema dell’educazione dell’utente. Il nucleo del problema è riassunto nella frase: “tanto c’è già Google“.

Questo problema è un’ovvia conseguenza del fatto che, con l’automazione delle procedure bibliotecarie e l’ingresso di queste nel mondo del web, la biblioteca ha perso la sua specificità per affiancarsi al resto delle risorse informative presenti sul web. Se prima il “catalogo” era qualcosa che esisteva solo all’interno della sala di consultazione, ora è qualcosa che vive a fianco delle altre risorse già presenti sul web per conto loro, a braccetto con Amazon da una parte e Google dall’altra (e Wikipedia dietro). La “concorrenza” che ne deriva e che alcuni vogliono vedere non è che una normale conseguenza dell’ingresso nel web dei servizi bibliotecari, che sono entrati in una stanza già affollata; ma una volta che sei dentro tocca danzare: il che ci porta a una situazione simile a quella del secchione che si presenta a una festa e trova la maggior parte delle ragazze già occupate con i tipi più sportivi (e questa da dove mi è uscita?).

Tornando a noi, il carattere di “risorsa web” del catalogo porta con sé delle aspettative imprescindibili, che sono quanto riassunto nel punto uno: gli utenti vogliono tutto e subito, lo vogliono preferibilmente online (dal momento che l’hanno trovato online), e una maggiore integrazione fra le informazioni (copertina, recensioni, indici) aiuta a identificare, comprendere, selezionare meglio l’informazione che si è trovata.

Il catalogo è uno strumento ipertestuale: non è più solo un punto di arrivo del percorso di ricerca, ma anche un punto di partenza. Gli utenti magari non lo sanno, ma si aspettano che sia così, e non prevedono giustamente l’opzione contraria.

Il divario fra le aspettative dell’utente e l’offerta dei principali cataloghi ha diversi aspetti, uno dei quali lo chiamerei strutturale. Nel senso che il problema non è soltanto quali dati vengono messi nel catalogo (e da chi, e da quali fonti, il che comporta comunque una revisione delle policy di catalogazione che prescrivano l’inserimento e il controllo di dati quali abstract, note, e gli altri sopra citati) ma di quali software consentano questo genere di ipertestualità.

Prima di tutto mi riferisco all’inserimento di oggetti digitali, o link a oggetti digitali. Non solo l’integrazione con servizi esterni ed “estranei” alla biblioteca (integrazione con siti commerciali, copertine, archivi di recensioni, informazioni integrative sull’autore, siti di social-network, ecc.) ma anche l’integrazione con strumenti software specifici bibliotecari. Penso all’open-url resolver in primo luogo: il fatto che molto spesso il catalogo non sia integrato con il resolver (per poter accedere a versioni elettroniche del documento, o estendere la ricerca su altre fonti) mi sembra una mancanza oggigiorno poco giustificabile. Altre utili funzionalità possono essere il passaggio dei dati ad altri cataloghi, in modo che a partire dalla richiesta dell’utente possa essere lanciata una meta-ricerca o una ricerca estesa su altre piattaforme. Cito per ultimo un aspetto che ormai tendo a dare un po’ per scontato ma che non sempre è realizzato: l’integrazione fra notizia catalografica e servizi bibliotecari (prenotazione del volume, richiesta di prestito, esame della propria situazione-lettore, delle proprie scadenze, ecc.)

Un’altra lacuna tecnica di molti dei software maggiormente in uso che è stata evidenziata dal report è la capacità del catalogo di disporre i risultati per Rilevanza. Ora, la quasi totalità degli strumenti odierni si basa esclusivamente su ricerche di tipo booleano: il sistema esamina le parole inserite nella query, e verifica la loro presenza all’interno dei record. La keyword o c’è o non c’è. I sistemi però non sono in grado di calcolare eccezioni, varianti, sinonimi. I sistemi non sono in grado di ordinare i risultati per rilevanza (termine individuato nel titolo rispetto al termine individuato nelle note, per es.). I sistemi non sono in grado di distinguere la semantica dei termini ricercati (l’esempio è la ricerca della parola “running”: l’utente cercava informazioni sull’atletica, e il sistema ha presentato risultati riguardanti la conduzione aziendale, “running a business”, oltre che svariati romanzi). I sistemi non sono in grado di considerare le esperienze di ricerca di quello o di altri utenti.

Ci sono ovviamente delle eccezioni (una per tutte), ma almeno in Italia la norma è scoraggiante (un esempio per tutti, e non fra i messi peggio). All’interno di queste scatole chiuse c’è poco spazio anche per lo sviluppo di prassi catalografiche (leggi: organizzazione dei metadati) che siano funzionalmente dirompenti e innovative.

Il report sottolinea quanto il sottoscritto va sostenendo da tempo: l’attuale situazione degli strumenti bibliotecari è  indietro rispetto alle aspettative dell’utente, e ancora molti passi sono da fare per la realizzazione di un insieme di servizi bibliotecari (con il Catalogo come perno centrale) la cui integrazione sia soddisfacente.

The need for easy access to online content form library-catalogs is likely to require increased investment in linking metadata management and interoperability with third-party data

Il Catalogo “chiuso” non può più permettersi di esistere, e gli addetti ai lavori non possono più permettersi di giustificarne la sopravvivenza.

Non dico niente di nuovo – è che in giro c’è tanta roba vecchia.

2 commenti a “Report OCLC 2009: Online Catalogs: what Users and Librarians want”

  1. avatar Antonella scrive:

    Ma ce la farà la Regione piemonte a cambiare l’obsoleto LBRINLINEA e sostituirlo con un opac di nuova generazione, o per lo meno con quacosa di più “guardabile”?

    • avatar FraEnrico scrive:

      Parole sante – dalle voci di corridoio di cui dispongo la risposta è “no”, ma non cadiamo nel pessimismo. La Regione dovrebbe passare a SBN-web per il gestionale, non so se questo comporti anche un cambio di opac. La cosa buffa è che quando facevo il corso CSEA nel 2004 una rappresentante del CSI Piemonte era venuta a illustrarci la nuova versione dell’Opac del polo piemontese, quella che è l’attuale Librinlinea. A distanza di 7 anni è ancora la stessa, sempre terribilmente legata alla grafica web dei primi anni 2000: risoluzione 800×600, interfaccia striminzita e centrata, dimensioni assolute e poco scalabili. Per non parlare come dici tu dei servizi, che all’epoca erano ancora da concepire ma che il CSI ha fatto poco per implementare decentemente, come ricerche personalizzate, ecc.

      Sul lato nazionale, invece, l’ICCU ha finalmente implementato una nuova interfaccia (http://opac.sbn.it/opacnew/opac/iccu/free.jsp) che ha il pregio di aggiungere a quella vecchia almeno un raffinamento dei risultati tramite faccette. Volevo scrivere un post a riguardo tempo fa, ma non ne ho mai avuto il tempo e ho perso l’occasione per indagare un po’ di più.

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