Demo di Koha installata al Cilea

Leggo con enorme piacere che al Cilea è stata installata una demo di Koha, il software open-source per ILS e OPAC probabilmente più illustre al momento.

La notizia è stata data sul portale del Cilea – che per inciso fa parte della comunità italiana di Koha -  e si possono leggere dettagli a questa pagina.

Contestualmente, sul Bollettino del Cilea n. 114 un articolo di Zeno Tajoli e Alessandra Carassiti riassume in maniera precisa e sintetica gli aspetti più significativi del software e della sua storia.

La demo dell’OPAC è visibile a questo indirizzo: http://demokoha.cilea.it/

Sono contentissimo di questa installazione demo: avevo provato a installare Koha su un pc locale (e non sono stato l’unico) ma con esiti non pienamente soddisfacenti. Un’installazione curata come sicuramente hanno saputo fare i colleghi del Cilea offrirà una base solida su cui fare esperimenti, divertirsi un po’, fornire un punto di riferimento per chi vuole conoscere meglio questo software – boh, chissà, speriamo!

Demo di Koha installata al Cilea

Interfacce umane, troppo umane

Steven Wilson in Shallow dei Porcupine Tree ammette: “It’s easier to talk to my pc”. Mi accorgo che non è solo una canzone. Dialoghiamo con i nostri gingilli molto più di quanto credevamo possibile. Le interfacce assumono sembianze sempre più umane.

Ho eliminato un vecchio blog da WordPress, e ho scoperto che la piattaforma doveva essersi affezionata, perché ha così risposto:

Buona strada per te, fino a che non ci incontreremo di nuovo.

Questo mi ricorda di quando tentavo di svuotare il cestino di Gmail e il sistema mi canzonava:

Chi ha bisogno di svuotare il cestino quando hai più di un Giga di spazio?

Sempre Big G ha installato nel suo browser Chrome una sensibilità umanoide. In caso di crash di sistema una finestra si fa carico della tua preoccupazione:

Accidenti! Google Chrome è andato in crash!

Identi.ca, forse perché basato su un sistema chiamato Laconi.ca, si limita a prendere atto:

Identica did not respond in a sane manner. Oh, Identica.

Oh, interfaccia cibernetica che tenti di prendermi sul sentimentale.

Questi esempi un po’ buffi e un po’ grotteschi ci servono per notare come le interfacce informatiche stanno facendo sempre più le veci del rapporto interpersonale. Lo strumento automatico si pone come intermediazione fra l’utente e il servizio, e lo fa mettendo in grado l’utente di eseguire tutte le operazioni da solo, in modo autonomo, senza ricorrere ad aiuti esterni che la macchina, programmata com’è, non è in grado di interpretare o di prevedere. L’interfaccia cerca di essere autosufficiente, di lasciare l’utente senza nulla di insoddisfatto.

Aspetti emotivi inclusi, a quanto pare. Evidentemente i programmatori delle interfacce sopra citate hanno pensato che un po’ di simpatia da parte dei loro sistemi potesse essere utile o gradita. Diventando sempre più diffusi e imprescindibili, è anche normale che gli strumenti abbandonino il loro status di oscure entità tecnologiche aliene (la cui interrogazione era concessa solo a misteriosi e taciturni sacerdoti muniti di occhialetti e camici bianchi) e assumano la maschera di amici in grado di offrirci il supporto di cui abbiamo bisogno, come il rassicurante signor Alberto che da anni troviamo al bancone della nostra biblioteca. Da qui deriva la tendenza a offrire interfacce meno “tecniche” e più “friendly”.

Io non condivido questo timore. Io credo che non occorra abbandonarsi alla paura della freddezza tecnologica, e soprattutto non rendersi sudditi del Principio della Usabilità e Amichevolezza. Gli strumenti tecnologici (quindi anche le interfacce dei cataloghi) vanno usati e creati per quello che sono: strumenti, attrezzi, e non sostituti degli esseri umani che abbiamo mandato in pensione. Usabilità sì, ma baby sitter virtuale no. Qui sta il vero rischio di disumanizzazione secondo me: non nella diffusione dell’automazione in sé, ma nell’insicurezza di chi vi si accosta.

Più che l’automazione mi spaventa l’ansia che crea. Perché si rischia di cadere nell’effetto opposto: mentre i computer diventano più umanoidi, noi diventiamo più inerti, sterili, shallow come dice S. Wilson.

Questo sì mi mette una grande angoscia. Niente che freghi il test di Turing, per ora; ma mentre scrivo questo post sto ascoltando Blood degli OSI, e la voce di Kevin Moore sembra più fredda e computerizzata del suono delle chitarre di Jim Matheos…

Interfacce umane, troppo umane

Who de-sucks the de-suckers?

Ulteriori riflessioni sui sistemi di ricerca federata e gli opac arricchiti (ossia gli opac 2.0, i de-suckers: AquaBrowser, Primo, VuFind, Endeca, ecc. ecc.)

A parte il fatto che ognuno si vende un po’ come vuole, definendosi in maniera ottimistica e promettendo cose che poi sono tutte da vedere, quello che ci deve far riflettere è: qual’è il rapporto fra sostanza e superficie?

Va bene arricchire l’opac (de-schifizzarlo, come dicono i blog anglosassoni che parlano continuamente di unsucking the opac) con funzionalità bibliografiche ormai imprescindibili (clustering, cronologia delle ricerche…) o con gli ormai consueti servizi 2.0 (rss, commenti, ecc.).

Questo va bene per quanto riguarda l’interfaccia e la presentazione dei dati. Ma quanto ai dati stessi?

La chimera odierna è quella di avere un unico strumento per gestire e presentare tutte le tipologie documentarie della biblioteca ibrida. Libri, periodici, e-journals, archivi istituzionali, siti web, metadati bibliografici esterni, accesso ai full-text, e-books. Ma da dove raccogliere questi dati?

Gli opac arricchiti non sono in grado di indicizzare la quantità totale dei metadati utili. Sono in grado di raccogliere tramite harvesting i metadati locali (il proprio catalogo, il proprio deposito istituzionale) ma per l’accesso alle fonti esterne (in primis le banche dati commerciali per i metadati bibliografici) devono necessariamente passare attraverso un motore di ricerca federata o metaricerca (WebFit, Metalib, ecc.) che vada a raccogliere questi dati. Ma a questo punto i metadati così raccolti giungono nella base dati del nostro opac con tutti i limiti della metaricerca (ossia tracciati ridotti all’osso, quando va bene).

Alla fine ci troviamo con un opac arricchito, funzionale, perfettamente in linea con i servizi web 2.0, ma che avrà, nella ricerca bibliografica, gli stessi limiti degli strumenti precedenti.

… continua

Who de-sucks the de-suckers?

Report OCLC 2009: Online Catalogs: what Users and Librarians want

A Marzo 2009 è stato pubblicato il rapporto OCLC dedicato alle aspettative e necessità degli utenti e dei bibliotecari nei confronti dei cataloghi online. A una lettura dettagliata del rapporto e a un suo commento ha dedicato 3 post Virginia Gentilini.

Il report è di straordinaria utilità, non fosse altro che per le conclusioni riassunte all’inizio e alla fine, che conviene riportare per la loro lampante importanza (la traduzione è mia ed è molto libera):

1. La disponibilità di un documento è altrettanto importante, se non più importante della scoperta del documento (i.e.: il reperimento della scheda bibliografica). Gli utenti si aspettano un flusso continuo dal reperimento alla distribuzione. Vogliono sapere se il documento è disponibile, e come ottenerlo. Per i materiali online, gli utenti vogliono link diretti all’oggetto, o una via facile per l’accesso al contenuto online.

2. Elementi informativi ulteriori rispetto a titolo-autore, come sommari, estratti, indici, sono aspetti essenziali nell’esperienza di ricerca di un utente. Gli utenti si aspettano dal catalogo informazioni integrative quali sommari, abstract, indici, e fanno molto affidamento su questi dati.

3. Benché la ricerca per parole chiave sia dominante, funzioni di ricerca avanzata e navigazione a faccette aiutano gli utenti a raffinare le ricerche e a navigare fra i risultati.

4. I risultati della ricerca devono essere presentati in ordine di rilevanza. Gli utenti vogliono che il catalogo restituisca quello che si aspettano.

5. Esistono importanti differenze fra utenti e bibliotecari nelle priorità che vengono date riguardo la qualità dei dati. Emerge un divario fra due tradizioni di organizzazione delle informazioni: il punto di vista dei bibliotecari deriva dalla teoria biblioteconomica, quello degli utenti deriva dalle aspettative generate dall’esperienza della fruizione dell’informazione nel web.

In seguito a un piccolo scambio di commenti dal blog di Virginia, esprimo alcune riflessioni partendo dall’ultimo dei punti citati.

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Report OCLC 2009: Online Catalogs: what Users and Librarians want

Blacklight

In questa pagina (http://oss4lib.org/article, portale a quanto pare non aggiornato da un annoche dopo un bel po’ di stasi sembra di nuovo essere aggiornato) sono elencati diversi software OS per biblioteche, oltre che i vari protocolli e standard usati nel settore.

La cosa più interessante è scoprire dell’esistenza di Blacklight, un OPAC scritto in Ruby sviluppato presso la University of Virginia Library. Dal sito si può accedere a 3 versioni demo dell’Opac, che sembra promettere molto bene. Il sw è arrivato alla versione 2.0, e sembra godere di una buona stabilità.

Blacklight si va ad aggiungere all’altra interessante scoperta di questa settimana (grazie a Bonaria): eXtensible Catalog, che ha finalmente pubblicato i tool su cui lavora da un po’ di tempo.

Blacklight