Di che cosa parliamo quando parliamo di libri (bruciati)

Rileggendo i classici, pratica sana e importante, sono incappato in questo meraviglioso passaggio di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury:

Non sono i libri che vi mancano, ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. Le stesse cose potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. Ma ciò non avviene. No, no, non sono affatto libri le cose che andate cercando. Prendetele dove ancora potete trovarle, in vecchi dischi, e nei vecchi amici; cercatele nella natura e cercatele soprattutto in voi stesso. I libri erano soltanto una specie di veicolo, di ricettacolo in cui riponevamo tutte le cose che temevamo di poter dimenticare. Non c’è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci.

Qui c’è tutto quello che ho pensato più volte parlando di supremazia dell’oggetto libro, di libro vs. ebook, di rapporto fra manufatto e conoscenza. I libri sono importanti, sì, ma non sono un oggetto sacro (“non c’è nulla di magico, nei libri“); sono uno dei tanti mezzi con cui trasmettiamo noi stessi – i nostri pensieri, le nostre emozioni, la nostra cultura e conoscenza. Ma sono uno dei tanti e non l’unico (“… in vecchi dischi“). In quanto trasmettitori, sono secondari rispetto al contenuto trasmesso, vengono dopo, come avevo argomentato parlando di carta e messaggeri. E non è nemmeno detto che siano gli oggetti (i manufatti) a essere unici depositari di quella cultura: essa è presente nelle persone prima di tutto (“… nei vecchi amici“, o come vorrebbe Lankes nella comunità: “La comunità è la principale collezione della biblioteca…” eccetera).

La conoscenza, infine – tema che a me piace moltissimo – può essere implicita (“cercatele nella natura e cercatela soprattutto in voi stesso“), quindi da scoprire ogni volta e ogni volta irripetibile e incomunicabile, individuale e personale, la scintilla di connessione intima e autentica fra il soggetto e l’oggetto, e la loro fusione (Zen vs Cartesio, secondo la nota “la filosofia da bar”).

Infine mi piace pubblicare queste riflessioni dopo aver letto le belle parole, candide e ingenue, banalissime ma condivisibili, di questo pezzo di M. Mantellini: Libri di carta e di bit.

Di che cosa parliamo quando parliamo di libri (bruciati)

Un bambino nello spazio

Quando ero bambino la scuola ci portò a vedere uno spettacolo teatrale. Non ricordo il titolo ma parlava di due ragazzi, fratello e sorella, che facevano amicizia con un buffo alieno di nome Wilko precipitato sulla terra. Wilko aveva le fattezze di un simpatico topone, e veniva dal pianeta di Wilkonia. I due ragazzi, appassionati di astronomia, dopo diverse peripezie lo aiutarono a ritornare a casa.

Lo staff dello spettacolo venne a trovarci a scuola, e ci parlò a lungo di Wilkonia. Ci fecero fare laboratori, disegni, ci fecero raccontare storie e creare cartelloni giganti, il tutto perché, ci dissero, al termine di questa preparazione saremmo saliti a bordo di un razzo che ci avrebbe portati su Wilkonia. Avremmo incontrato Wilko e i suoi simili!

Io non credevo alle mie orecchie. Mentre uscivamo dalla stanza, in fila mentre gli attori distribuivano a ciascuno un passaporto spaziale, io non riuscivo a contenere la mia gioia. Tutto tremante scuotevo i miei compagni dicendo: “ma ci credi? Andiamo nello spazio! Che bello!”. Ero felicissimo, perché ero anch’io un bambino appassionato di stelle, come può esserlo un ragazzino di 7 anni.

Quando giunse il momento, gli attori ordinarono le sedie su due file disposte frontalmente, e uno per uno ci fecero salire sul “razzo”. Ci dissero di tenerci stretti, perché il decollo sarebbe stato turbolento. Il capitano chiuse l’invisibile porta. Gli attori fecero un po’ di rumore, invitandoci a seguire con il corpo i movimento del razzo. Infine il capitano annunciò l’avvenuto atterraggio, e ci diede il permesso di iniziare lo sbarco. Ci alzammo dalle sedie, e ci disperdemmo nella sala in cui si svolgeva il laboratorio.

Ero perplesso. Era stata una prova del lancio, come fanno gli astronauti quando usano i simulatori per addestrarsi al volo nello spazio? In effetti non avevamo indossato tute, né caschi. E del cielo stellato non avevamo visto nemmeno una foto. Guardavo i miei compagni ma non trovavo sui loro volti analoghe tracce di disappunto o stupore. Possibile che non si rendessero conto che qualcosa non andava? Ci avviammo verso l’uscita, di nuovo in fila indiana. Davanti alla porta una delle attrici ci timbrava il passaporto, dandoci il benvenuto sul pianeta. Quando arrivò il mio turno osai chiedere: “Quand’è che andiamo su Wilkonia?”. “Siamo già arrivati!” mi rispose lei timbrando il cartoncino, con un entusiasmo sospettosamente fuori luogo per un semplice addetto della dogana spaziale. “Ma io intendevo per davvero”, volli aggiungere. La fila andò avanti.

Fu a questo punto che capii che nello spazio non ci saremmo mai andati, e che di Wilkonia, che probabilmente nemmeno esisteva, sarebbe rimasto solo qualche nostro disegno su cartelloni giganti. Pensai che non era stato carino da parte loro fare finta che una fila di sedie fosse un razzo spaziale che ci avrebbe portati nello spazio quando in realtà non si era mosso dalla sala. E lo stupido passaporto di cartone con il timbro del topo? Un inutile elemento di scena.

Ricordo ancora la delusione per quella promessa non mantenuta. Degli attori non ci si deve fidare, ma ero piccolo e non lo sapevo (in realtà un altro attore sarebbe venuto in quella stessa scuola a dirci che gli attori sono degli ingannatori, ma questa è un’altra storia). Non esistevano scuse: io ero un bambino a cui era stato negato lo spazio.

Ma ora sono cresciuto. Sono grande, sono un uomo. E sono pronto a riprendermi la promessa che mi è stata tolta. A marzo mi imbarco sul Monitor Celestra.

Monitor Celestra

Monitor Celestra

(Dedicato alla Leggenda, da parte del Giocante)
Un bambino nello spazio

Ebook fest

Ebook Fest

Grazie al gentile entusiasmo di Giulio Blasi e Andrea Zanni, sono stato coinvolto per l’Ebook Fest che si terrà a San Remo il 25, 26 e 27 ottobre. Giovedì pomeriggio parteciperemo alla sezione “Narrazioni sul futuro della lettura e delle biblioteche“: l’idea sarà quella di lasciare libera la fantasia e divertirsi con l’immaginazione sul futuro dei libri e futuro dei lettori, mescolando narrazioni fantastiche e visioni personali. Spero ci siano molto dibattito e molte suggestioni.

Io penso che alla fine parlerò del Doctor Who.

Ebook fest

Carta

.book by Barbara Piancastelli (source Flickr - CC-BY-NC-SA)

Quest’estate passeggiavo per i paesini dell’Appennino Bolognese con un’amica pittrice, e lei mi parlava del suo amore per la materia, il contatto fisico con essa, il lavoro manuale e la creatività artistica che ne può scaturire. Lei studiava come riprodurre la matericità delle cose – le texture delle pietre, gli aloni delle carte, le venature dei legni – attraverso la pittura. Per questo ho approfittato delle mie (ahimè poche) conoscenze bibliologiche per spiegarle i diversi tipi di carta impiegati lungo la storia del libro, dalla pergamena alla carta di stracci, fino alla carta industriale dei tascabili Gallimard che ingiallisce e si sgretola dietro i vetri della BNF. A un certo punto, lei ha commentato il suo interesse per la questione con una frase che mi aspettavo, ma che è comunque riuscita a spiazzarmi. Ha detto: “questa attenzione per la carta come materiale diventa sempre più importante, perché la carta, se ci pensi, è qualcosa che oggi giorno i nuovi strumenti di lettura digitale ci stanno togliendo“.

Visto che la mia vita è dominata dallo Spirito della Scalinata, mi tocca scrivere qui quello che avrei voluto risponderle, per dare una luce più ampia alla questione e trasformare la paura di povertà nella meraviglia della possibilità.

Il fatto è questo. L’amore che abbiamo per la carta – e per i libri, e per il loro odore, e per le macchie di giallo che si formano con il tempo quando li dimentichi al sole – deriva dal fatto che per secoli è stata il mezzo con cui abbiamo trasportato le parole e i pensieri che ci hanno fatto vivere. Le poesie e i romanzi, la scienza e la filosofia. Hanno vissuto sulla carta e ce li siamo passati di mano con la carta. Ma la carta è un messaggero, non è il messaggio. Noi la amiamo per quello che ha trasportato, non per la sua natura in sé. Questo significato lo abbiamo aggiunto noi attraverso l’uso che ne abbiamo fatto, non era intrinseco nella sua natura. Ma sarebbe sbagliato dimenticare il messaggio per il messaggero.

Oggi a trasportare questi messaggi ci sono altri messaggeri. Ci sono i bit, gli e-book reader, i network. Ci sono libri codificati nel DNA. Ci sono nuovi modi per creare e condividere questi messaggi. È più brutto? No. È meno “fisico” e materiale? Sì, a meno di non riuscire a comprendere tangibilmente il digitale (lo so, la fantascienza tutta si sta bagnando a solo leggere queste mie righe). È qualcosa che ci impoverisce? No – non solo perché la carta non morirà mai (anche se dovesse vivere solo nella pittura della mia amica, o nelle lettere d’amore, o nei paralumi cinesi) ma soprattutto perché, come direbbe Feynman, tutto questo “non sottrae” niente. (Parafrasando il fisico, mi viene da chiedermi che razza di scrittori sono questi, che riescono a immaginare il mondo come una grande biblioteca, ma non riescono a immaginarlo come un’immensa rete di connessioni digitali?)

E, soprattutto, perché quello che conta veramente è il messaggio, non il messaggero. Impareremo ad amare anche questi messaggeri. Impareremo a creare una filìa anche del digitale. Ci saranno dei Borges che ne scriveranno, edificando mondi e suscitando suggestioni.

The Doctor in the (digital) library

P.S.: questo post si collega lateralmente a un tema discusso sul blog di Virginia Gentilini, a cui voleva essere un commento.

P.P.S.: visto che niente avviene per caso, ieri sera mi è capitato di vedere una delle più belle puntate del Doctor WhoSilence in the Library – in cui non solo la biblioteca ritorna a essere metafora dell’universo, ma questa metafora include la persistenza digitale dei ricordi, dei pensieri, delle anime. L’episodio non è recente, ma credo che sia la prima volta che trovo una rappresentazione popolare così efficace e toccante della biblioteca digitale. La mia anima nerd e quella bibliotecaria, grazie al Dottore, si sono prese per mano e si sono commosse.

Carta

Library + science = CERN internship

Quante cose in questo 2011 che, esclusi i primi 5 giorni, è andato di bene in meglio, una progressione di eventi entusiasmanti, belli, formativi, memorabili. Uno dei miei obiettivi fin dall’inizio del master era a riuscire a fare il tirocinio al CERN. Essere qui è stata la realizzazione di un piccolo sogno, e conclude degnamente un anno bellissimo dominato dal mio periodo di master a Tallinn e Parma, passando da Firenze e Berlino.
The original, marvelous, library science! (photo source: Cern)

The original, marvelous, library science! (photo source: Cern)

Un mese appena, ma so che devo dire qualcosa di questo posto fantastico, so che merita tante parole, e belle, e non so come fare perché parole belle su questo stesso posto le ha già scritte Aubreymcfato, e quindi tanto vale leggere le sue visto che le condivido al 100%.

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Library + science = CERN internship