Going Mobile

Interfaccia mobile

Interfaccia mobile

No, non è una citazione degli Who.

E’ solo l’annuncio che da oggi questo sito è disponibile anche tramite un’interfaccia pensata per i dispositivi mobili.

Grazie al plugin di WordPress Mobile Pack, ora il sito riconosce automaticamente il browser utilizzato, e passa alla visualizzazione “compatta” nel caso di uno smartphone, o resta su quella “normale” nel caso dei pc. Un pulsante a fondo pagina, in entrambi i casi, consente di modificare manualmente l’impostazione.

Sì, lo so, devo fare ancora un lavorone sui temi disponibili, perché quello attuale non solo non è un granché (ad esempio causa alcuni errori di rientro nel testo) ma nemmeno rende il “look and feel” del sito originale.

Però sono contento, perché non solo mi permette di essere più leggibile sugli smartphone, ma mi dà l’occasione per dirvi brevemente di quanto sia felice, da un mese a questa parte, di possedere un telefonino Android. Soprattutto qui a Tallinn, dove le reti wireless sono seconde per numero solo alle belle ragazze, avere la rete completamente a disposizione in una mano mi diverte parecchio. Mi permette di vivere “la mia vita cyborg“, come scriveva Danah Boyd in un bellissimo post tempo fa.

Oggi a lezione (tra l’altro, tenuta in teleconferenza da un professore a Graz – ma quanto siamo avanti?) potevo consultare Wikipedia quando sentivo concetti sconosciuti, o cercare la traduzione di parole che mi servivano lì per lì; potevo controllare sul calendario sincronizzato con Google Calendar data e luogo della prossima lezione, aggiornare con Identi.ca i miei amici a proposito di un curioso ritrovamento letterario nella caffetteria del campus, e farmi due risate con una carrellata random di Xkcd nelle pause.

Tempo fa volevo scrivere un lungo post sui temi descritti dalla Boyd, e farneticare un po’ sul rapporto fra tecnologia e gerontocrazia, ma poi ho desisitito; mi limito a cogliere questo pretesto per linkare al suo post e a un contemporaneo post di Virginia Gentilini sullo stesso tema – al quale tra l’altro ci sono un paio di miei commenti che purtroppo a causa di un aggiornamento ha visto perdere alcuni miei commenti.

Leggete e commentate, che su questo tema mi interessa avere le vostre opinioni!

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Ritorno a Zotero? Forse, o forse no

Come parte integrante dei corsi di “scrittura accademica” per gli studenti, l’Oslo University College offre un corso per l’uso di Zotero come strumento di gestione delle citazioni bibliografiche. Ovviamente la bontà dell’iniziativa si commenta da sola: l’importanza di saper citare – e saper usare gli strumenti per farlo – deve essere nota all’inizio della propria carriera accademica, non a metà (o mai).

Zotero è il software citazionale che l’OUC predilige: pur disponendo di un certo numero di licenze di EndNote, valutazioni tecniche e gestionali (in primis la gratuità e il non essere legato a licenze) incoraggiano l’uso di Zotero.

Zotero, dunque. E così l’ho scritto tre volte. Rispolveriamo questo software, allora. Ne avevo già parlato, preferendo Mendeley per la sua possibilità di sincronizzare la libreria locale con un database online (e quindi allineare diverse installazioni del software) e per il fatto che Zotero, essendo dipendente dal browser (e da un solo browser) si rende colpevole della da me tanto odiata fusione fra contenuto e contenitore.

Il corso mi ha permesso di rinfrescare la mia valutazione originale; è stato inoltre interessante osservare le reazioni dei miei compagni. Mi ha incuriosito ad esempio vedere che pochissimi conoscevano già Zotero (4 o 5 su 20) e solo una persona oltre a me conosceva e aveva usato Mendeley, e non era l’insegnante.

Dalle mie prime impressioni è passato un po’ di tempo, e Zotero 2 è finalmente uscito dalla beta (siamo alla 2.0.8). Vediamo quanti miglioramenti possono farmi cambiare idea e ricominciare ad usarlo.

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Ritorno a Zotero? Forse, o forse no

Abdicare alla formazione

Negli ultimi anni, da quando è stato fatto notare che “gli opac fanno schifo“, alcuni concetti si sono posti come cardine del rinnovamento necessario: gli opac devono essere meglio integrati con il web, destinati a un’utenza non specialista, modellati sulla semplicità dei motori di ricerca (cioè di Google, non prendiamoci in giro: la metonomia si è affermata, come per l’aspirina).

Tuttavia il dibattito, specie quando è condotto su un piano astratto e generico, di “principi” o di “paradigmi“, finisce sempre con l’essere sterilmente fumoso, e si arena sulle solite amare conclusioni: stiamo perdendo gli utenti perché non parliamo più la loro lingua, e i nostri servizi vengono soppiantati dagli strumenti generici del web; il mondo del web apre a un’utenza completamente nuova (“non sappiamo più chi sono i nostri utenti“, ho sentito dire); le biblioteche soffrono di una crisi di identità. E per concludere con il peggio, ci si aggrappa alla domanda fatale: quali strumenti possono risolvere il nostro problema?

E’ evidente l’equivoco di fondo; e mi sorge una perplessità.

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Abdicare alla formazione

La valorizzazione delle collezioni delle biblioteche nell’era digitale: seminario Cenfor alle Stelline

L’11 marzo 2010 al convegno delle Stelline si è tenuto il seminario Cenfor sui Next-Generation Opac. Sul sito, oltre al programma, dovrebbero presto comparire le presentazioni della giornata.

Si è parlato di rinnovamento degli Opac, dell’integrazione con il web, e del nuovo hype dell’”arricchimento degli Opac”  e dei discovery tool. Condivido qui gli appunti della giornata.

M.J. Crowley (Università di Roma Sapienza), coordinatrice della giornata, apre con una breve panoramica introduttiva sull’evoluzione degli opac fino alle nuove sfide di oggi. Affronta il discorso nell’ottica della cultura di mercato: occorre andare verso gli utenti, in un momento in cui i cataloghi stanno perdendo terreno nei confronti di altri strumenti web (da Amazon a Google).

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La valorizzazione delle collezioni delle biblioteche nell’era digitale: seminario Cenfor alle Stelline