BiblioTech

Ho finalmente letto BiblioTech di John Palfrey, consigliato dal grande Giulio Blasi.

John Palfrey, BiblioTech, Basic Books 2015

John Palfrey, BiblioTech, Basic Books 2015

Il libro è interessante per il suo punto di vista ampio e globale, cosa di cui c’è veramente bisogno. Spesso ho trovato che si ferma un po’ sulla superficie di alcune banalità e dei più comuni truismi sulle biblioteche di oggi: non è vero che Google rende obsolete le biblioteche; i bibliotecari sono importantissimi; le biblioteche hanno un ruolo fondamentale nell’educazione di una nazione; le biblioteche devono sapere accogliere la sfida del digitale o rischiano di sparire; ecc. Si tratta di cose note e dibattute molto, e non c’è nulla di nuovo per chi è dentro la professione.

In realtà l’opera contiene spunti di riflessione importantissimi, decisivi per poter immaginare la forma delle biblioteche del prossimo futuro. Il punto di vista è naturalmente americano, e Palfrey cita spesso come modello virtuoso la DPLA a cui ha contribuito, ma lo sguardo vuole essere globale, e non mancano riferimenti a modelli di successo europei.

Io personalmente l’ho trovato quasi un manifesto di quello che deve orientare la riflessione sulle biblioteche da qui a oggi.

Annoto qui i punti che ho trovato fondamentali.

  1. Le biblioteche oggi sopravvivono protette da una coltre di nostalgia, di romanticismo, che si rispecchia nelle superficiali risposte ai sondaggi da parte del pubblico e nei ricordi personali del rapporto di ciascuno con il proprio passato di studenti, più che col proprio presente di studiosi o cittadini. La reazione necessaria è quella di creare una “nuova nostalgia“. Come dicevo in un vecchio post, occorre che le biblioteche sappiano adottare nuovi approcci in grado di influenzare il pensiero e le emozioni delle persone attraverso la loro modernità, non la loro Arcadia.
  2. Le biblioteche vivono nella tecnologia e devono evolvere insieme alla tecnologia. Al di là delle trite contrapposizioni fra carta e digitale, quello che deve orientare l’evoluzione è la ricerca e l’adozione di standard e protocolli comuni in grado di trasformare le biblioteche da centri autonomi di raccolta e gestione a nodi di un vasto network informativo. Il modello che Palfrey utilizza a paragone è quello di Internet: non un oggetto in sé, ma una rete di tecnologie integrate, in continua crescita ed evoluzione.
  3. Gli attori di questa rete non possono e non devono essere solo le biblioteche. Non devono essere solo le istituzioni culturali e non-profit. Le aziende, i privati, i consorzi, gli editori, gli autori sono tutti parte in causa nello stesso scenario. Fanno tutti lo stesso mestiere. La collaborazione fra entità diverse, fra campi professionali diversi e fra pubblico e privato è indispensabie. Una contrapposizione conflittuale è sbagliata, oltre che dannosa. È sbagliata proprio da un punto di vista strategico: se la mettiamo sul piano della concorrenza, le biblioteche perdono e gli operatori for-profit vincono. Il risultato sarà che il pubblico godrà comunque di servizi fantastici, ma questi saranno modellati non sull’interesse del pubblico ma su quello, mutevole e parziale, del profitto dell’azienda di turno.
  4. Se le biblioteche non accolgono queste opportunità, rischiano di arrivare fuori tempo massimo. Riusciranno a proporre servizi di successo troppo tardi quando altri avranno già risolto i problemi su cui stiamo lavorando ora. Se le biblioteche non entrano nella mischia, tutto verrà inglobato dai privati con i loro interessi, e tutte le pratiche e i progetti di oggi diventaranno “OBE, overtaken by events”: “ci dispiace, ma non ne abbiamo più bisogno”.
  5. La biblioteca non deve essere più pensata come a un punto di raccolta e smistamente di materiali, ma come una piattaforma. “Libraries should function as nodes in a highly networked digital world rather than as discrete and sometimes even competitive entities.” L’idea della biblioteca come piattaforma viene da David Weinberger.
  6. La parola chiave è “aligning“, allineamento: delle pratiche sulla tecnologia, e delle pratiche sui bisogni.
  7. Palfrey sottolinea in tutto il libro l’importanza dei leader e della loro visione. Questo è il sottotesto che ho apprezzato di più. Come avevo fatto notare è difficile parlare di bibliotecari e biblioteche parlando solo ai bibliotecari. Palfrey capisce che il primo vero destinatario di questo discorso sono i direttori, i politici, gli amministratori: sono quelli che hanno il potere di orientare le pratiche che hanno la responsabilità di avere una visione chiara e allineata. Sono loro ad avere bisogno di questa consapevolezza.

Su questo discorso rimando poi al solito intelligente commento di Laura Testoni, e a una lista di preziosi estratti raccolti dai robot di Andrea Zanni.

BiblioTech

Etichette e recinti

Chi mi conosce sa che ho sempre cercato di difendere la distinzione fra contenuto e contenitore, fra servizio e fra fornitore del servizio, fra scopo e strumento. Prima di tutto perché è più efficiente la gestione di entrambi – contenuto e contenitore – quando questi sono separati – e fin qui siamo tutti d’accordo.

Poi per via di un aspetto se vogliamo più concettuale: la piattaforma non deve essere identificata con la sua funzione. A suo tempo, ispirato dalle parole di Dorothea Salo, avevo insistito affinché il Deposito Istituzionale dell’Università di Torino non si chiamasse Dspace, come tutte le installazioni di Dspace allora esistenti, ma venisse battezzato con un nome più personale e slegato al software utilizzato. Questo perché dobbiamo essere liberi di cambiare strumento, quando se ne presentassero di migliori, mantenendo l’identità e l’integrità di quello attuale (un po’ come sta facendo in questi giorni E-Lis, che sta migrando da Eprints a Dspace). Cambiare nome a un servizio intorno al quale cui si costruisce un branding, un’immagine, un percorso di formazione e un insieme di prassi quotidiane, non è il massimo.

Per lo stesso motivo mi dispiace vedere un grande hype intorno a Twitter, come se fosse l’unico e il solo servizio di microblogging esistente. Continue reading “Etichette e recinti”

Etichette e recinti

Sulla catalogazione (eulogy)

“He had a lot to say
he had a lot of nothing to say
we’ll miss him”
(Tool, Eulogy)

Di ritorno dal seminario ITALE, al quale abbiamo presentato il workflow utilizzato per l’import dei periodici elettronici nel nostro catalogo, penso e ripenso al senso della catalogazione.

Riprendendo anche le discussioni fatte su The Geek Librarian, mi viene in mente come la prassi quotidiana della catalogazione sia qualcosa che fra non molto tempo diventerà obsoleto.

Mi piaceva tantissimo catalogare all’inizio della mia carriera: avere un contatto fisico con il libro, sfogliarlo, misurarlo, toccarlo, formare pile e pile intorno al pc, era una gran sensazione. Ti dava l’impressione di prenderti cura di quei piccoli oggetti, di amarli. L’atmosfera silenziosa dell’ufficio (va bè non sempre) e la calma routine erano sensazioni deliziose. Non mi sono mai annoiato davanti a quel terminale verdognolo che tutti i miei colleghi odiavano. Tutto questo – lo ammetto – mi manca.

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Sulla catalogazione (eulogy)

Report OCLC 2009: Online Catalogs: what Users and Librarians want

A Marzo 2009 è stato pubblicato il rapporto OCLC dedicato alle aspettative e necessità degli utenti e dei bibliotecari nei confronti dei cataloghi online. A una lettura dettagliata del rapporto e a un suo commento ha dedicato 3 post Virginia Gentilini.

Il report è di straordinaria utilità, non fosse altro che per le conclusioni riassunte all’inizio e alla fine, che conviene riportare per la loro lampante importanza (la traduzione è mia ed è molto libera):

1. La disponibilità di un documento è altrettanto importante, se non più importante della scoperta del documento (i.e.: il reperimento della scheda bibliografica). Gli utenti si aspettano un flusso continuo dal reperimento alla distribuzione. Vogliono sapere se il documento è disponibile, e come ottenerlo. Per i materiali online, gli utenti vogliono link diretti all’oggetto, o una via facile per l’accesso al contenuto online.

2. Elementi informativi ulteriori rispetto a titolo-autore, come sommari, estratti, indici, sono aspetti essenziali nell’esperienza di ricerca di un utente. Gli utenti si aspettano dal catalogo informazioni integrative quali sommari, abstract, indici, e fanno molto affidamento su questi dati.

3. Benché la ricerca per parole chiave sia dominante, funzioni di ricerca avanzata e navigazione a faccette aiutano gli utenti a raffinare le ricerche e a navigare fra i risultati.

4. I risultati della ricerca devono essere presentati in ordine di rilevanza. Gli utenti vogliono che il catalogo restituisca quello che si aspettano.

5. Esistono importanti differenze fra utenti e bibliotecari nelle priorità che vengono date riguardo la qualità dei dati. Emerge un divario fra due tradizioni di organizzazione delle informazioni: il punto di vista dei bibliotecari deriva dalla teoria biblioteconomica, quello degli utenti deriva dalle aspettative generate dall’esperienza della fruizione dell’informazione nel web.

In seguito a un piccolo scambio di commenti dal blog di Virginia, esprimo alcune riflessioni partendo dall’ultimo dei punti citati.

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Report OCLC 2009: Online Catalogs: what Users and Librarians want

Bollettino ASIST su OS

Il Bollettino della American Society for Information Science and Technology dedica un numero all’Open Source in biblioteca (precisamente il num. dec08/jan09).

Riporto una battuta dall’articolo iniziale di K.G. Schneider:

“Library helplessness” has resulted in library automation software that is generally years if not decades behind development found outside LibraryLand with the result that library services are often cramped by the limitations of aged library software that all too often falls short both in features … as well in funcionality.

Si commenta da solo. Aggiungo che ho provato un brivido di sollievo trovando in queste parole lo specchio della nostra situazione attuale. Quello che mi stupisce è che la cosa capiti un po’ in tutto il mondo. L’osservazione di Schneider riprende un commento di Lori Ayre (traduzione mia):

E’ ridicolo che le biblioteche siano incastrate nei software di cui dispongono senza la possibilità di decidere quali modifiche vadano fatte, o di avere l’accesso o i permessi che consentirebbero di realizzare le modifiche da soli.

Il fatto che lo dica una ditta che si occupa di supportare le biblioteche nell’integrazione fra ILS e software di terze parti è significativo.

La parola chiave nella biblioteconomia moderna non dovrebbe essere interoperabilità?

…continua

Bollettino ASIST su OS