La biblioteca pervasiva – 2

Avevo visto giusto, tempo fa, quando parlavo di biblioteca pervasiva, proponendo che il ruolo delle biblioteche si liberasse dal luogo fisico e si trasformasse in un’azione diffusa, diretta e dinamica da parte dei bibliotecari.

D. Lankes viene a portarci la luce

D. Lankes viene a portarci la luce

Tutto questo infatti trova conferma in David Lankes, che è venuto da noi a tenere una bellissima lezione su quella che per lui è la nuova strada della biblioteconomia. Nella bella cornice di Settignano, durante la nostra fortunata summer school sulle colline di Firenze, rosolati dall’afa e consolati da vino e buon cibo, Lankes si è mostrato un affascinante ed entusiasta compagno di conversazioni. In una fantastica lezione di quasi 3 ore ci ha esposto la sua visione della nostra professione; una visione che ruota interamente intorno al bibliotecario e non alla biblioteca. Alla persona capace di creare una relazione dinamica di apprendimento e conoscenza (una “conversazione”, per usare la sua terminologia) anziché alla biblioteca come luogo fisico, unico, inerte, pieno di “cose”.

Finalmente Ibs mi ha spedito il suo Atlas of the new librarianship, un bel tomone quadrato di 7 kili di pagine lucide comprese fra una solida copertina cartonata e che contiene, a metà fra il supporto e il gadget, anche una bella mappa che dispiega i concetti dell’Atlante – subito appesa sopra il mio letto. Ora inizio con gusto a percorrere le sue carte, dopo che altri lo hanno già fatto lasciando dietro le prime riflessioni.

Al di là dell’americanità del contesto e dello stile retorico, al di là delle facili provocazioni, al di là di un sistema filosofico non proprio impermeabile (ho letto di qualche critica al suo impianto teorico) è comunque un’opera che porta tanta aria fresca alla visione di quello che facciamo. E sono contento di trovare conferme a quelle sensazioni che mi si stavano formando dentro negli ultimi due anni.

The Atlas

Atlante reggeva il peso del mondo, ma chi regge il peso dell'Atlante?

Oltretutto la visione di Lankes ci permette anche di salvare, in questi tempi di roghi digitali, il termine biblioteca e bibliotecario, almeno in inglese: la parola “librarian” contiene la radice latina liber – dove l’italiano usa quella greca – quindi possiamo conservare il concetto di libro (come item fisico ormai parzialmente superato) arricchendolo del concetto di libero. Ed ecco che si conferma il tema della missione educativa e formativa, che ricorre con insistenza per tutta l’opera.

La biblioteca pervasiva – 2

Google e la vecchia bibliotecaria

Durante le lezioni di Information and Knowledge Management, mi torna sempre in mente un episodio vissuto durante un convegno a Siena. Alla fine di un lungo dibattito in cui si è parlato tanto di Google e del ruolo delle biblioteche, con le solite previsioni apocalittiche di un Google destinato a sostituire in maniera totalizzante il ruolo delle biblioteche, una anziana collega si alza e, con un tono misto fra il piccato e l’orgoglioso, chiede “ma fra i dipendenti di Google ci sono dei bibliotecari”? La domanda è stata liquidata con imbarazzo dagli ospiti che hanno invitato tutti ad andare a pranzo. (1)
E hanno fatto bene, secondo me.
Perché questa domanda rivela l’ingenuità imbarazzante di molti bibliotecari, e evidenziano l’incertezza non solo dei concetti di cui sopra (“scienza dell’informazione”? “Gestione dell’informazione”? “Gestione della conoscenza”?) ma anche del ruolo che le biblioteche si trovano ad assumere nell’era dell’informazione digitale.

Google e tutte le aziende che operano nel mondo di internet e del web, si occupano di informazione. Le biblioteche si sono occupate sempre solo di libri, poi di documenti, e ultimamente annaspano nelle difficoltà di ciò che viene detta “biblioteca ibrida”.

Ho letto di recente due ottimi libri sull’argomento: l’autorevole Glut di Alex Wright e il celebre  Everything is Miscellaneous di David Weinberger (che non a caso reca una dedica “ai bibliotecari”). Google e i suoi colleghi non ci stanno rubando il lavoro, semplicemente è il nostro lavoro che ora non può più essere separato dal loro.

Io non credo, come si è detto in questi giorni in classe, che il mondo dell’Information Management abbia “reinventato la ruota” appropriandosi di concetti propri della biblioteconomia quali la classificazione, le tassonomie, l’indicizzazione. Io credo nel contrario: le biblioteche erano state finora le uniche istituzione a praticare la gestione delle informazioni, quindi loro era l’autorità. Ora questo compito non è più loro esclusivo, e altri attori e istituzioni dicono la loro. Qual’è il problema? Che le biblioteche, forse arroccate in un certo conservatorismo elitario, hanno operato con chiusura e perfezione maniacale il loro compito, anziché aprirsi ai nuovi compagni di missione (si veda la storia del MARC, ad esempio).

Le biblioteche fanno parte del Knowledge Management, non il contrario!

1 – in realtà era andata un po’ peggio di così, perché il mio collega Diego, che ha fatto una domanda ben più pertinente, non è stato degnato nemmeno del sorrisino sardonico, vigliacchi!

Google e la vecchia bibliotecaria

Cancellare? Non me lo faccio ripetere due volte!

Premessa:

Delete - Copertina

Delete: il diritto all'oblio nell'era digitale

Ho sempre voluto essere un bibliotecario “conservatore”, ma la mia carriera è iniziata con un incarico particolare: svuotare e riordinare un vecchio deposito librario. E così mi sono trovato a buttare via tonnellate di periodici dismessi e incompleti, e muovere centinaia di quei bidoni gialli per la raccolta carta. Successivamente questa smania distruttiva si è spostata nel digitale: ho fatto impazzire i colleghi con i miei fulminei raid di pulizia dei file-system condotti con sanguinoso furore vichingo, ho cancellato blog e directory, ho formattato dischi rigidi. Sono un freak dell’ordine e della pulizia. Odio i documenti obsoleti. Odio i desktop e le scrivanie affollate. Mi piace tenere le cose a posto. Sono come il burocrate di Futurama: “anal, compulsive and weird“.

Questo comporta una visione particolare del concetto di “conservazione“, che nel mondo delle biblioteche rientra sotto l’etichetta della “gestione delle raccolte”: cosa conserviamo e cosa buttiamo via? Perché farlo? Quali scelte operiamo? Quali conseguenze ha lo scarto per la nostra raccolta?

Per questi motivi mi sono avvicinato carico di eccitazione al libro di Viktor Mayer-Schönberger Delete: il diritto all’oblio nell’era digitale, (egea, 2010). In un mondo in cui conservare è facile, cosa significa “buttare via”? Cosa significa scartare, eliminare, scegliere, dimenticare? Qual’è l’economia di quello che chiamiamo “preservazione digitale”? Quali conseguenze hanno la conservazione e la distruzione?

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Cancellare? Non me lo faccio ripetere due volte!

Wayback, and fly high

Momento di intimità.

Curiosando in giro per internet, mi è capitato di fare un salto sull’Internet Archive, il sito che conserva collezioni digitali – immagini, testi, video – per la futura memoria. La sua funzione più eclatante è forse l’archiviazione del Web: oltre 150 miliardi di pagine sono state raccolte e salvate a partire dal 1996, e grazie alla Wayback Machine sono raggiungibili e consultabili i contenuti di migliaia di siti internet ormai scomparsi, abbandonati, cancellati.

Preso da uno di quei momenti di nostalgia che ti fanno salire in soffitta a riaprire gli scatoloni, sono andato a cercare le pagine del mio primo sito web, creato per ospitare poesie e dibattiti letterari ai tempi dell’università. Con un po’ di emozione, ho recuperato un testo che pensavo non esistesse più.

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Wayback, and fly high

Zot! ovvero, I supereroi dell’Informazione

Understanding Comics by Scott McCloud

Understanding Comics by Scott McCloud

Emozionato come un bambino, venerdì 9 aprile al Circolo dei Lettori assisto all’incontro con Scott McCloud in occasione di Torino Comics.

Scott McCloud è autore di Understanding Comics, un saggio straordinario, pubblicato nel 1993, sull’arte del fumetto. Storia, linguaggio, tecniche, significati: un saggio sul fumetto. A fumetti.

L’idea geniale che McCloud espone con una lucidità e una chiarezza potentissime consiste nel parlare di un linguaggio usando quello stesso linguaggio, mescolando medium e messaggio con una sinergia talmente perfetta che l’uno illumina splendidamente l’altro.

Questo straordinario esempio di divulgazione, purtroppo, sembra non essere stato sfruttato a dovere al di fuori dei libri dello stesso Scott. Sembra incredibile come in una società basata sulle immagini (e in una società delle informazioni basata sulle immagini) questo mezzo comunicativo non venga impiegato a fini culturali, educativi, didattici, informativi. A una domanda posta dalla sala, McCloud ha risposto che, a parte qualche lezione fatta da lui in accademie e scuole di disegno, non gli risulta che nelle scuole questi temi siano stati dibattuti e questi strumenti siano stati analizzati.

E nelle biblioteche? Ancora meno, a quanto ne so. Anni fa pensavo che, se avessi avuto il talento e le capacità di Scott, mi sarebbe piaciuto fare una breve storia del movimento Open Access a fumetti, ma non era che un sogno. Non mi risulta che nel mondo bibliotecario ci siano esperienze del genere (ma vi prego: smentitemi, seppellitemi di esempi). Mi piacerebbe anche solo leggere una striscia quotidiana sui bibliotecari nello stile di, cheneso, PhD.

chrome

The Google Chrome comic

Per quanto riguarda il mondo dell’Information Science, tuttavia, esiste una celebre eccezione: Google Chrome. Vi ricordate l’uscita del browser di Google? Fu accompagnata da un documento illustrativo: non una brochure, non un volantino, non un manualetto, bensì proprio un fumetto di Scott McCloud.  Questo è una prova del perché Google sia leader incontrastato del mondo dell’informazione: a Google di Scienza dell’Informazione ne sanno qualcosa, e hanno capito il potenziale di questo approccio visivo, lineare e metalinguistico. Il fumetto di McCloud è ancora visibile dal sito di Chrome.

In rete si trova un altro esempio altrettanto bello: un video di Michael Wesch della Kansas State University. Non si tratta di un fumetto, ma vi trovo molte analogie con il lavoro di Scott McCloud: utilizzando appunti, cataloghi e schermate web, grazie a un uso molto intelligente dei mezzi (e con acuta consapevolezza metalinguistica), si espone con grande effetto l’evoluzione (rivoluzione) della comunicazione digitale.
Godetevelo:

P.S.: ringrazio per la scoperta del video Bonaria Biancu.

Zot! ovvero, I supereroi dell’Informazione