Stili citazionali personalizzabili con il CSL Editor

Molti software di gestione delle citazioni bibliografiche si basano su file CSL (Citation Style Language): si tratta sostanzialmente di file XML che contengono le istruzioni su come i diversi elementi della citazione e della bibliografia devono essere resi sulla pagina. Ogni stile ha un suo file: sono tutti ospitati su Citationstyles.org, e sono aperti all’utilizzo, al download e alla modifica.

C’è solo un problema. Sono 2789.

http://identi.ca/notice/60854048

Canadian librarian W. Denton argues about citation styles

Se vi sembrano tanti, sappiate che non bastano! Già, perché ogni rivista praticamente usa uno stile personale anziché adottarne uno di più vasta diffusione (i vari APA, MLA, ecc.). Quindi è possibile che nel mio RMS io possa scegliere fra più di 2500 stili ma che manchi proprio quello per la rivista su cui voglio pubblicare (inutile dire che il settore scientifico è più rappresentato di quello umanistico).

È inutile nasconderlo: forse la funzionalità più richiesta da tutti gli studiosi che si affacciano per la prima volta a un software di gestione delle citazioni bibliografiche è proprio quella di poter creare uno stile citazionale adatto alle proprie esigenze. La domanda ricorrente è: “Se manca lo stile per la mia rivista, posso crearlo?”. Se la risposta è no, lo strumento diventa inutile.

La risposta in realtà è , a patto di saper mettere mano al file XML. Ma finalmente Mendeley e Columbia University Libraries sono riusciti a completare il loro editor visuale di CSL. Potete leggere i dettagli sul blog di Mendeley.

Partendo da uno stile esistente, è possibile modificare quei piccoli dettagli per adeguarlo alle istruzioni della rivista a cui vogliamo proporre il nostro articolo. Il processo è molto semplice, anche se la ricca casistica da considerare per ogni stile non è comunque facile da padroneggiare. Il software è raggiungibile via web: non occorre scaricarlo o installarlo, ma è necessario disporre di un account Mendeley. È inoltre open-source, e il codice è disponibile su GitHub.

Mendeley CSL editor

Mendeley CSL editor

Nei prossimi giorni spero di avere tempo per giocare un po’ con lo strumento, provando a creare degli stili per quei giornali che non ne adottano uno specifico. Finora creare un nuovo stile o correggerne uno esistente era possibile a patto di sapersi districare all’interno di un fitto file XML. Zotero in realtà già da diverso tempo integra al suo interno un editor, che però si limita a dare un’anteprima visuale delle modifiche fatte sull’XML. Questo nuovo strumento rientra invece nella tradizione WYSIWYG. È auspicabile che il numero di stili disponibili su Citationstyles.org da oggi inizi a crescere rapidamente.

Stili citazionali personalizzabili con il CSL Editor

Tesi!

E così, l’altro ieri ho consegnato la mia tesi di master. Ragazzi. È fatta, finita, il grande viaggio è compiuto. Il titolo finale, come si conviene, è altisonante: “Reference Management Software as Digital Libraries: a survey at the University of Torino“. L’idea mi è venuta da un post di Lorcan Dempsey, e ho pensato che si sposasse bene con il master.

La tesi si potrà scaricare dai depositi istituzionali di Oslo e Parma: pubblicherò i link appena disponibili. Ovviamente spero di riuscire a ricavarne un articolo, magari per Jlis, o sicuramente per una rivista open access.

Che io sappia si tratta dei primi studi di questo genere fatti su questo argomento e la cosa mi rende fiero. Nel prossimo post anticiperò i risultati. L’oggetto della ricerca è analogo al mio studio fatto a Tallinn, ma molto più curato e approfondito: un questionario generico simile a quello di Tallinn è stato arricchito e interpretato grazie a 13 interviste.

Le interviste sono state la parte più interessante, divertente, eccitante dell’intera ricerca. Andare su e giù per Torino (grazie ToBike!) a incontrare i ricercatori, entrare nei loro studi, e parlare faccia a faccia del loro lavoro, delle loro difficoltà, delle loro esigenze è stato bellissimo. Una cosa che andrebbe fatta più spesso, e che è imprescindibile dal nostro lavoro. Voglio dire: noi lavoriamo per queste persone, non possiamo ignorare quello che fanno, come lo vivono, quello che si aspettano. Mi sono trovato di fronte 13 persone molto disponibili, ma molto diverse come approccio e visione. Da alcune mi sono venute banalità agghiaccianti (totale ignoranza dei servizi a disposizione, delle possibilità tecniche, degli sforzi fatti dall’ateneo). Da altri invece mi sono arrivate parole meravigliose. Ne cito alcune, per dare aria fresca alle nostre giornate: Continue reading “Tesi!”

Tesi!

Sulle comunità Open Source

Dopo tanto tempo, è bene che ritorni a parlare un po’ di Open Source. Specialmente in questi ultimi tempi in cui mi spendo tanto a parlare di Mendeley in giro, dovrei comunque ricordare che un software “gratuito” non vuol dire “libero” né tantomeno “aperto”. Tantomeno dobbiamo dimenticarci delle logiche commerciali che stanno dietro una struttura ormai sempre più estesa e ramificata. Nei giorni seguenti alla morte di Steve Jobs, inoltre, tornare a ricordare il valore dell’apertura tecnologica è forse ancora più necessario.

Negli ultimi giorni mi è venuto da fare  una riflessione sulle comunità open-source. Qui a Parma abbiamo avuto come docente Ian Witten, il creatore di Greenstone, il celebre software open-source per la costruzione di depositi digitali. Lui ci ha confessato che la “comunità” di utenti non è per niente attiva nello sviluppo. Gli utenti di Greenstone solitamente sono utenti “base”, e non hanno le competenze informatiche per offrire un contributo costruttivo al software; si limitano a essere utenti passivi, bisognosi di assistenza – come era per noi con Sebina: quando qualcosa non funziona, si chiama la ditta che lo metta a posto.

Sebina è però un software chiuso e commerciale. Brutte notizie per il mondo open-source, se un software così diffuso non riesce a crescere sui propri utenti.

Libertà, a quanto pare, è partecipazione. Senza di essa, un software libero non è altro che un inaffidabile esperimento lasciato a metà.

Sulle comunità Open Source

Zotero esce di casa, e Mendeley lo aspetta al fondo della strada

Avevano detto che non l’avrebbero mai fatto, ma fra le ultime novità in casa Zotero c’è proprio la beta di una versione stand-alone! Finalmente Zotero potrà liberarsi dalla palla al piede che lo ha limitato dalle origini – quello di essere un semplice plugin di un altro software – e diventare un prodotto unico e competitivo. Parallelamente a questo c’è anche la possibilità di salvare le citazioni da browser diversi da Firefox, che secondo me resta una semplice tappa intermedia verso quello che è il vero grande punto di arrivo a cui mirare.

Personalmente aspettavo questa novità da tanti anni, ma i commenti che leggevo sui forum di Zotero non mi scaldavano troppo. Ora invece vedremo come si concretizzerà la competizione con Mendeley, che da parte sua sta tentando di assumere sempre di più il ruolo di database bibliografico online: celebrando la tanto attesa versione 1.0 (Mendeley è uscito dalla beta, qualcosa di incredibile!) non mancano di sottolineare l’estensione del loro catalogo online (100.000.000 di documenti!). Sinceramente questo ruolo di Mendeley come sfidante di Google Scholar o Scopus non mi ha mai convinto del tutto; il controllo bibliografico non è mai stato impeccabile, e personalmente non ho mai trovato molto chiare le politiche e gli obiettivi di Mendeley a riguardo. A tutto questo aggiungo un bell’articolo passatomi da Andrea Zanni, “Google Scholar citations, Researcher Profiles, and why we need an Open Bibliography” di Martin Fenner, che parla proprio dello scavalcarsi in modo non limpidissimo dei ruoli scientifici di questi ed altri strumenti.

A proposito, avete visto il nuovo servizio Citations di Google Scholar? Carino vero? Ne parla anche Marchitelli sul suo blog. Dateci un’occhiata, ma tenete a mente quanto scrive M. Fenner.

Zotero esce di casa, e Mendeley lo aspetta al fondo della strada

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Per l’esame finale del corso di Digital Documents ci abbiamo dato dentro.

Fra le cose che ci hanno fatto impazzire di più ci sono sicuramente gli standard tecnici, in particolare RDF e le Topic Maps. A proposito di Topic Maps, salta fuori che Ontopia, quartier generale di Steve Pepper, si trova a due passi da casa nostra – ma proprio due:

Vicini di casa

ma proprio due - source: Google Maps

Ma tu pensa.

Quando me lo raccontano, replico con l’aneddoto di una passeggiata nel quartiere di Grunerløkka, quando alzando gli occhi ho incrociato l’insegna di Opera:

Opera House - from Google Maps

Opera House - source: Google Maps

Si tratta tra l’altro dello stesso palazzo, solo che non lo sapevo. Comunque, mica me lo ricordavo che Opera è nato proprio a Oslo. Ecco perché è il browser standard usato su tutti i pc del college.

Questo chiama un ulteriore aneddoto: facendo una ricerca sui formati standard dei documenti, leggendo di docx ripasso le polemiche sulla standardizzazione dell’OOXML, e su Wikipedia trovo questa simpatica foto:

Dimostrazione contro OOXML - fonte: Wikisource

Dimostrazione contro OOXML - fonte: Wikipedia

A Oslo la gente è scesa per strada a protestare. Per un formato standard.

Rasmus commenta che questo segna il livello di benessere di un Paese: quando i motivi per cui scendi per strada a protestare non sono il cibo, l’economia o i figli desaparecido, ma le procedure per la standardizzazione di un formato digitale, vuol dire che stai veramente bene. Per fare un gioco di parole, questi eventi dimostrano lo standard del tuo benessere sociale, culturale, tecnologico.

P.S.: mi capita anche di scoprire che il mitico Skype – che non sarà open source, ma sta tenendo a galla amicizie e relazioni di mezzo pianeta – è nato in Estonia. Quindi Opera a Oslo, Skype in Estonia. Ho un anno di tempo per scoprire cosa hanno inventato a Parma.

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