New breed, new librarians

We are the new breed, we are the future!

Ho praticamente finito di leggere The Atlas of New Librarianship di David Lankes – sono ormai alle ultime pagine in cui si parla di formazione dei nuovi bibliotecari per una nuova biblioteconomia. Sarà il potere della retorica di Lankes, o il fatto che sono cose che in questo periodo mi toccano da vicino, ma in un picco di esaltazione mi sono sentito così:

Lankes sarà a Roma il 18 novembre prossimo, al congresso nazionale dell’AIB. Ho avuto la fortuna di leggere il suo intervento in anteprima, e posso confermare che sarà molto interessante sentirlo parlare di cambiamento, di missione, di una nuova visione che richiede responsabilità e innalzamento delle aspettative. Parole che spero aiuteranno a svecchiare un po’ l’atteggiamento statico e rassegnato che spesso abbiamo.

Dicevo che queste pagine mi stanno toccando da vicino. Sono gli ultimi giorni del mio master: il semestre di Parma è quasi finito. Avrò ancora un mese di tirocinio, più cinque mesi per scrivere la tesi, ma il grosso ormai è alle spalle, e agli amici toccherà dire addio. Leggendo ora queste ultime pagine sento che si sta veramente chiudendo il cerchio di un anno e mezzo vissuto a imparare e a riflettere sulla nostra professione, a crescere e confrontarsi; un periodo di addestramento; un tempo, in fin dei conti, speso a lavorare alla formazione di un nuovo bibliotecario.

We are the new breed! We are the future!

New breed, new librarians

Sulle comunità Open Source

Dopo tanto tempo, è bene che ritorni a parlare un po’ di Open Source. Specialmente in questi ultimi tempi in cui mi spendo tanto a parlare di Mendeley in giro, dovrei comunque ricordare che un software “gratuito” non vuol dire “libero” né tantomeno “aperto”. Tantomeno dobbiamo dimenticarci delle logiche commerciali che stanno dietro una struttura ormai sempre più estesa e ramificata. Nei giorni seguenti alla morte di Steve Jobs, inoltre, tornare a ricordare il valore dell’apertura tecnologica è forse ancora più necessario.

Negli ultimi giorni mi è venuto da fare  una riflessione sulle comunità open-source. Qui a Parma abbiamo avuto come docente Ian Witten, il creatore di Greenstone, il celebre software open-source per la costruzione di depositi digitali. Lui ci ha confessato che la “comunità” di utenti non è per niente attiva nello sviluppo. Gli utenti di Greenstone solitamente sono utenti “base”, e non hanno le competenze informatiche per offrire un contributo costruttivo al software; si limitano a essere utenti passivi, bisognosi di assistenza – come era per noi con Sebina: quando qualcosa non funziona, si chiama la ditta che lo metta a posto.

Sebina è però un software chiuso e commerciale. Brutte notizie per il mondo open-source, se un software così diffuso non riesce a crescere sui propri utenti.

Libertà, a quanto pare, è partecipazione. Senza di essa, un software libero non è altro che un inaffidabile esperimento lasciato a metà.

Sulle comunità Open Source

La biblioteca pervasiva – 2

Avevo visto giusto, tempo fa, quando parlavo di biblioteca pervasiva, proponendo che il ruolo delle biblioteche si liberasse dal luogo fisico e si trasformasse in un’azione diffusa, diretta e dinamica da parte dei bibliotecari.

D. Lankes viene a portarci la luce

D. Lankes viene a portarci la luce

Tutto questo infatti trova conferma in David Lankes, che è venuto da noi a tenere una bellissima lezione su quella che per lui è la nuova strada della biblioteconomia. Nella bella cornice di Settignano, durante la nostra fortunata summer school sulle colline di Firenze, rosolati dall’afa e consolati da vino e buon cibo, Lankes si è mostrato un affascinante ed entusiasta compagno di conversazioni. In una fantastica lezione di quasi 3 ore ci ha esposto la sua visione della nostra professione; una visione che ruota interamente intorno al bibliotecario e non alla biblioteca. Alla persona capace di creare una relazione dinamica di apprendimento e conoscenza (una “conversazione”, per usare la sua terminologia) anziché alla biblioteca come luogo fisico, unico, inerte, pieno di “cose”.

Finalmente Ibs mi ha spedito il suo Atlas of the new librarianship, un bel tomone quadrato di 7 kili di pagine lucide comprese fra una solida copertina cartonata e che contiene, a metà fra il supporto e il gadget, anche una bella mappa che dispiega i concetti dell’Atlante – subito appesa sopra il mio letto. Ora inizio con gusto a percorrere le sue carte, dopo che altri lo hanno già fatto lasciando dietro le prime riflessioni.

Al di là dell’americanità del contesto e dello stile retorico, al di là delle facili provocazioni, al di là di un sistema filosofico non proprio impermeabile (ho letto di qualche critica al suo impianto teorico) è comunque un’opera che porta tanta aria fresca alla visione di quello che facciamo. E sono contento di trovare conferme a quelle sensazioni che mi si stavano formando dentro negli ultimi due anni.

The Atlas

Atlante reggeva il peso del mondo, ma chi regge il peso dell'Atlante?

Oltretutto la visione di Lankes ci permette anche di salvare, in questi tempi di roghi digitali, il termine biblioteca e bibliotecario, almeno in inglese: la parola “librarian” contiene la radice latina liber – dove l’italiano usa quella greca – quindi possiamo conservare il concetto di libro (come item fisico ormai parzialmente superato) arricchendolo del concetto di libero. Ed ecco che si conferma il tema della missione educativa e formativa, che ricorre con insistenza per tutta l’opera.

La biblioteca pervasiva – 2