Fondamentali (3): le parole sono importanti
In breve.
Un corso di excel non è un corso di informatica più di quanto la scuola guida non sia un corso di ingegneria.

In breve.
Un corso di excel non è un corso di informatica più di quanto la scuola guida non sia un corso di ingegneria.
Negli ultimi anni, da quando è stato fatto notare che “gli opac fanno schifo“, alcuni concetti si sono posti come cardine del rinnovamento necessario: gli opac devono essere meglio integrati con il web, destinati a un’utenza non specialista, modellati sulla semplicità dei motori di ricerca (cioè di Google, non prendiamoci in giro: la metonomia si è affermata, come per l’aspirina).
Tuttavia il dibattito, specie quando è condotto su un piano astratto e generico, di “principi” o di “paradigmi“, finisce sempre con l’essere sterilmente fumoso, e si arena sulle solite amare conclusioni: stiamo perdendo gli utenti perché non parliamo più la loro lingua, e i nostri servizi vengono soppiantati dagli strumenti generici del web; il mondo del web apre a un’utenza completamente nuova (”non sappiamo più chi sono i nostri utenti“, ho sentito dire); le biblioteche soffrono di una crisi di identità. E per concludere con il peggio, ci si aggrappa alla domanda fatale: quali strumenti possono risolvere il nostro problema?
E’ evidente l’equivoco di fondo; e mi sorge una perplessità.
Sta parlando con noi, diamoci da fare:
Creato per Vala 2010.
Leggo solo ora il bell’articolo-manifesto Standing up for Open Source pubblicato nel 2007 su Library Philosphy and Practice da L.D. Jaffe e G. Careaga.
Consiglio a tutti la lettura dell’articolo: delinea i principi dell’Open-Source in termini chiari, limpidi, precisi, e li applica al mondo delle biblioteche. Non mi soffermo quindi su un suo commento, perché lo trovo uno scritto particolarmente esemplare, illuminante e sufficientemente esplicito. Inoltre non scade nel fanatismo tipico di chi spesso promuove cause simili: oltre a sottolineare i giusti principi filosofici, non manca di elencare gli aspetti meramente tecnici.
Mi soffermo solo sul punto chiave da cui ha inizio l’articolo:
Fondato sui valori condivisi dell’apertura e dell’accessibilità, il mondo bibliotecario ha una causa comune con la comunità Open-Source.
Questa dichiarazione iniziale, svolta perfettamente nel corso delle 17 pagine, produce un’ulteriore verità. La tecnologia costituisce una parte dello scopo per cui è adottata. Questo nell’era digitale è sempre più vero. Appare sempre più una contraddizione quella di svolgere una missione di apertura, diffusione della conoscenza, circolazione dell’informazione adottando strumenti chiusi, limitati, lenti. Non si può veicolare contenuti fluidi con mezzi rigidi. Il linguaggio è parte del messaggio.
Da questa lettura appare come il mondo delle biblioteche non possa rinunciare a percorrere la strada dell’open-source, perché essa è insita nella sua natura. I due mondi non devono più essere collegati soltanto grazie all’entusiasmo di pochi fanatici o alla curiosità di isolati nerd. Deve essere un processo coerente fin dalle sue fondamenta.
C’è però un lato negativo. Sembra che questa presa di posizione, appassionata ma non fanatica, non sia stata accolta e seguita. Non solo l’articolo non ha prodotto un manifesto, né ha suscitato adesioni, dichiarazioni di sottoscrizione, né ha portato alla costituzione di movimenti coesi. Non ho quasi trovato citazioni dell’articolo (nemmeno nel bell’articolo di Giovanna Frigimelica pubblicato su Biblioteche Oggi di luglio/agosto 2009); gli stessi autori, dopo averlo scritto, si sono occupati d’altro, e non hanno potuto diventare rappresentanti di un qualche movimento. Spero naturalmente che colleghi più aggiornati di me mi smentiscano con valanghe di citazioni, ma io non ne ho quasi trovate.
Insomma, sembra un destino ben peggiore dei manifesti per l’Open Access (Bethesda, Berlino, Messina) che dopo aver raccolto sottoscrizioni entusiastiche anche ad alti livelli istituzionali hanno molto faticato a trovare una realizzazione pratica che andasse aldilà delle chiacchiere e delle fanfare, ma che pur lentamente hanno smosso la comunità.
Steven Wilson in Shallow dei Porcupine Tree ammette: “It’s easier to talk to my pc”. Mi accorgo che non è solo una canzone. Dialoghiamo con i nostri gingilli molto più di quanto credevamo possibile. Le interfacce assumono sembianze sempre più umane.
Ho eliminato un vecchio blog da Wordpress, e ho scoperto che la piattaforma doveva essersi affezionata, perché ha così risposto:
Buona strada per te, fino a che non ci incontreremo di nuovo.
Questo mi ricorda di quando tentavo di svuotare il cestino di Gmail e il sistema mi canzonava:
Chi ha bisogno di svuotare il cestino quando hai più di un Giga di spazio?
Sempre Big G ha installato nel suo browser Chrome una sensibilità umanoide. In caso di crash di sistema una finestra si fa carico della tua preoccupazione:
Accidenti! Google Chrome è andato in crash!
Identi.ca, forse perché basato su un sistema chiamato Laconi.ca, si limita a prendere atto:
Identica did not respond in a sane manner. Oh, Identica.
Oh, interfaccia cibernetica che tenti di prendermi sul sentimentale.
Questi esempi un po’ buffi e un po’ grotteschi ci servono per notare come le interfacce informatiche stanno facendo sempre più le veci del rapporto interpersonale. Lo strumento automatico si pone come intermediazione fra l’utente e il servizio, e lo fa mettendo in grado l’utente di eseguire tutte le operazioni da solo, in modo autonomo, senza ricorrere ad aiuti esterni che la macchina, programmata com’è, non è in grado di interpretare o di prevedere. L’interfaccia cerca di essere autosufficiente, di lasciare l’utente senza nulla di insoddisfatto.
Aspetti emotivi inclusi, a quanto pare. Evidentemente i programmatori delle interfacce sopra citate hanno pensato che un po’ di simpatia da parte dei loro sistemi potesse essere utile o gradita. Diventando sempre più diffusi e imprescindibili, è anche normale che gli strumenti abbandonino il loro status di oscure entità tecnologiche aliene (la cui interrogazione era concessa solo a misteriosi e taciturni sacerdoti muniti di occhialetti e camici bianchi) e assumano la maschera di amici in grado di offrirci il supporto di cui abbiamo bisogno, come il rassicurante signor Alberto che da anni troviamo al bancone della nostra biblioteca. Da qui deriva la tendenza a offrire interfacce meno “tecniche” e più “friendly”.
Io non condivido questo timore. Io credo che non occorra abbandonarsi alla paura della freddezza tecnologica, e soprattutto non rendersi sudditi del Principio della Usabilità e Amichevolezza. Gli strumenti tecnologici (quindi anche le interfacce dei cataloghi) vanno usati e creati per quello che sono: strumenti, attrezzi, e non sostituti degli esseri umani che abbiamo mandato in pensione. Usabilità sì, ma baby sitter virtuale no. Qui sta il vero rischio di disumanizzazione secondo me: non nella diffusione dell’automazione in sé, ma nell’insicurezza di chi vi si accosta.
Più dell’automazione mi spaventa l’ansia che crea. Altrimenti si rischia di cadere nell’effetto opposto: mentre i computer diventano più umanoidi, noi diventiamo più inerti, sterili, shallow come dice S. Wilson.
Questo sì mi mette una grande angoscia. Niente che freghi il test di Turing, per ora; ma mentre scrivo questo post sto ascoltando Blood degli OSI, e la voce di Kevin Moore sembra più fredda e computerizzata del suono delle chitarre di Jim Matheos…
LouiseBrooks original theme byThemocracy, modificato da FraEnrico.